L’altra Germania
di Enzo Betizza, ed. Longanesi & C., 1968
Inviato per la Stampa nelle due Germanie, Enzo Betizza ha raccolto in questo libro le sue impressioni sulla Germania Orientale, l’Altra Germania, la Repubblica Democratica Tedesca.
Nel 1968 la Germania Orientale è nel pieno del boom economico: seconda potenza industriale del blocco comunista, sesta in Europa, decima nel mondo. Merito del NÖS, il Nuovo Corso Economico, l’intuizione della giovane generazione di economisti del Partito, diretta dalla lungimiranza politica di Walter Ulbricht.
Secondo Betizza per capire, veramente, l’essenza della DDR bisogna capire l’essenza del leader della Germania Occidentale, Konrad Adenauer. E’ lui, infatti, l’autore dell’unico strappo della storia tedesca. La sua repubblica federale è l’esempio di Germania «meno tradizionale che la storia tedesca abbia finora conosciuto»(pag.18). Adenauer è lo statista dell’«inserimento della Germania nell’Occidente Europeo»(pag.26), è lo strappo rispetto al «destino tedesco semiasiatico, illiberale, antioccidentale»(pag.27). Inutile dire che Betizza, naturalmente, vede di favorevolmente questo «strappo».
Per Betizza la Germania «tradizionale» è la DDR. La differenza con la RFT è radicale: «due Stati, due società, due strutture economiche, due visioni del mondo diverse, anzi contrapposte»(pag.13). Nell’industrializzazione pianificata della DDR Betizza vede continuità sia con l’Impero Guglielmino sia con (udite udite!) il totalitarismo nazionalsocialista, che «aveva naturalmente accentuato, specie durante la guerra, i metodi di pianificazione controllata»(pag.29). I valori «tipicamente prussiani» non sono più presenti nel «sistema senza etica»(pag.41) della Germania Occidentale (ormai «americanizzata», così la definisce l’autore diverse volte), ma nella Germania Orientale: ordine, abnegazione, esattezza, sottomissione, lealtà.
Nel capitolo, dal titolo suggestivo, «LA PRUSSIA ROSSA», viene riconfermata la precedente intuizione: «La DDR è una doppia erede: essa continua contemporaneamente, con il monopolio politico sull’economia, con il mercato subordinato alla pianificazione dall’alto, con la socializzazione radicale dell’istruzione pubblica, con l’adorazione delle più raffinate tecniche di potere illiberali, sia l’autoritarismo economico prussiano sia la Gleichschaltung livellatrice del nazionalsocialismo»(pag.54). In questa continuità viene a formarsi una società stabilizzata e benestante. Nelle pagine successive Betizza ci regala un ritratto significativo dell’austerità tedesco orientale: «Passato il muro, ciò che colpisce è il silenzio e la quiete. Tutto appare rallentato, vecchio, vicino ai tempi dell’immediato dopoguerra tedesco. Presto si dimenticano i rumori e i bagliori fosforescenti che avvolgono quell’immensa megalopoli americanizzata ch’è oggi la Germania atlantica. Si affonda in un mondo Germanico più fermo, più antico, quasi più autentico. Una Germania precapitalista, adirittura preweimeriana»(pag.57). Per chi ha una certa sensibilità, queste righe sono musica per le sue orecchie!
Nella Germania Orientale vengono rivalutati i Grandi della storia prussiana (come già fecero Ernst Niekisch e i suoi nazionalbolscevichi): da Federico di Prussica a Lutero, coloro che furono coinvolti nell’«avventura separatistica tedesca, contraria ala comunanza spirituale con l’Occidente»(pag.59). Al «popolo austero della Prussia rossa» viene contrapposta la «Renania decadente, cattolica e romana» (Alla Prussia Niekisch opponeva la Baviera, e Monaco in particolare, latina, cattolica, occidentale).
L’intuizione del presidente Ulbricht è quello di una «sovietizzazione prussiana», che miri all’instaurazione di un «nuovo ordine socialista», «regolato dai culti dell’efficienza e dell’autorità», una vera e proprio «Terza Società»(pag.63). «La risposta alla modernità di Pankow» è: «separazione drastica dall’Occidente, prussificazione dello spirito tedesco orientale, formazione coercitiva di una nuova nazione» autarchica e leninista(pag.67).
In quest’ottica vengono fatte proprie le dottrine nazionalbolsceviche della Repubblica di Weimar: al concetto di classe si da un carattere specificatamente tedesco, «secondo cui, soltanto uno Stato operaio può essere il legittimo Stato della Germania, continuatore della tradizione»(pag.83). Di fatto il secondo stato comunista d’Europa nega la lotta di classe e riconosce i valori dei «vincoli nazionali».
Ma la Germania ulbrichtiana è anche fedelmente inserita nel Patto di Varsavia, e ne veste fieramente un ruolo importante. Ad accorgersene è anche la Casa Bianca, che addotta una politica ad hoc. Ad elaborare la teoria dell’isolamento di Pankow è un nome che negli anni seguenti diverrà esponente di spicco della politica estera imperialista statunitense: Zbigniew Brzezinski. Ad adattarla al mondo tedesco ci pensano Walter Hellstein e Herbert Wehner. La «dottrina Hellestein», cosi passerà alla storia, prevede l’isolamente della DDR, attraverso una rete di contatti tra la Repubblica Federale tedesca e gli altri paesi del blocco comunista, senza passare per Pankow. Questa dottrina ha un breve successo, ma è di fatto sconfitta dalla cosiddetta «Dottrina Ulbricht», che in seguito alla conferenza di Karlovy Vary, diventa la linea di politica estera di tutto il blocco comunista nei confronti di Bonn: viene di fatto imposto a tutti i paesi comunisti «il veto diplomatico alle iniziative di distensione unilaterale fra le singole capitali dell’est e la Germania Occidentale»(pag.146); «Qualunque iniziativa verso Bonn dovrà passare prima per la censura di Pankow e di Mosca».
Nell’ultimo capitolo viene descritta lo straordinario cinismo politico di Ulbricht e la sua fedele opera di applicazione delle intuizioni del leninismo e dello stalinismo in Germania. In quest’ottica viene riportato uno stralcio di un suo articolo sul Die Welt, del 9 febbraio 1940, in cui dopo aver attaccato i socialdemocratici (in particolare Hilfreding) e l’imperialismo britannico, scriveva: «Il governo tedesco si è dichiarato disposto a intrattenere rapporti pacifici con l’Unione Sovietica, mentre il blocco guerrafondaio franco-britannico vuole la guerra contro l’Unione Sovietica. Il popolo sovietico e il popolo tedesco hanno in comune l’interesse d’impedire il piano di guerra inglese. Perciò non solo i comunisti, ma anche molti operai socialdemocratici e lavoratori nazionalsocialisti vedono il loro compito principale nell’impedire, ad ogni costo, la rottura del patto di non aggressione»(pag.168). Una lucida analisi, e una fenomenale capacità di individuare il vero nemico dell’Europa e del Socialismo. Solo per questo stralcio andrebbe ricordato Walter Ulbricht.