Autoboicottaggio!
Ieri tre manifestanti hanno disturbato la cerimonia di accensione della torcia
olimpica nell'antica Olimpia. Niente di strano, se si pensa che molte organizzazioni
per la difesa dei diritti umani hanno espresso il loro scontento già
nel momento dell’assegnazione dei Giochi 2008 a Pechino. Riconoscendo
la coerenza degli attivisti non si può non sottolineare la pericolosità
della dottrina dei diritti umani, in particolare quando interpretata a senso
unico, come fanno alcune ONG e, soprattutto, gli USA. Venerdì scorso
Nancy Pelosi, speaker del Congresso statunitense per i democratici, incontrando
il Dalai Lama nella sua residenza indiana di Dharamsala, ha affermato che “se
la comunita' internazionale, e in particolare il mondo libero, non si opporranno
alla brutale repressione cinese in Tibet, avranno perso ogni autorità
morale che li legittimi a rivendicare il rispetto dei diritti umani”.
Mi dispiace per lei, ma il cosiddetto mondo libero, ovvero gli Stati Uniti e
i loro alleati-servi, l’autorità morale l’hanno già
perso da tempo.
E’ difficile capire cosa stia succedendo veramente in Tibet: le rivolte
di questi ultimi giorni segnano la nascita di un nuovo fronte di liberazione
nazionale? Oppure c’è dietro qualche potenza straniera? Il Dalai
Lama, che smentisce recisamente e anzi ne condanna i metodi, è in qualche
modo implicato, come dalle accuse di Pechino? Oppure è visto anch’egli
come un traditore dai rivoltosi, per il suo persistere su una strategia ad ogni
costo non violenta?
E’ inutile dare giudizi troppo tranchant finché non si dispone
di queste informazioni. L’impressione è che quando il Dalai Lama
parla di “genocidio culturale” sia nel vero, considerando la storia
dell’ultimo mezzo secolo. Qualcuno parla di genocidio tout court e questa
è probabilmente un’esagerazione.
Un’altra cosa da capire è quale sia la soluzione proposta o richiesta
dalle parti in gioco. Se il Dalai Lama un tempo si dichiarava indipendentista,
ora chiede ufficialmente l’autonomia, eppure spesso Pechino continua ad
accusarlo d’essere un secessionista. Non è una differenza da poco.
La Cina avrebbe a nostro avviso molto da guadagnare a concedere una certa autonomia,
permettendo la sopravvivenza della cultura tibetana: diventerebbe più
forte, più stabile, migliorerebbe la propria immagine internazionale.
Sarebbe un grave errore, invece, concede l’indipendenza, perché
gli Usa non perderebbero tempo a chiedere e probabilmente ottenere anche nel
Tibet le loro belle basi militari, che vista la posizione costituirebbero una
minaccia terribile per Pechino. Chi ha a cuore la libertà del popolo
tibetano fa benissimo a caldeggiarne l’autonomia, altrettanto non si può
dire di chi ne vorrebbe l’indipendenza. Gli Stati attualmente esistenti
sono circa duecento, le etnie sono stimate tra le cinquemila e le ventimila:
v’immaginate l’instabilità di un mondo con cinquemila Paesi
sovrani? Una pacchia per gli Usa che vogliono ergersi al ruolo di gendarme mondiale,
soprattutto quando loro riuscissero a mantenere le attuali dimensioni (le quali,
in questo contesto, contano!). E visto che la popolazione degli USA è
costituita da un meltin pot è difficile pensare che corrano rischi di
derive secessioniste, anche se qualcuno che con loro vorrebbe rompere c’è,
come i nativi: il 20 dicembre del 2007 i rappresentanti del popolo Lakota hanno
annunciato di stracciare i loro accordi col governo, in quanto mai rispettati
dagli USA.
Questo, checché ne dica la Pelosi, basterebbe a dire che gli Usa, in
quanto responsabili del genocidio dei nativi americani, non hanno nessuna autorità
morale, soprattutto perché i nativi continuano tutt’oggi a discriminarli.
A ciò si può aggiungere che gli USA sono la forza trainante di
quel processo di distruzione di tutte le culture chiamato globalizzazione o
mondializzazione (e tra le culture a rischio, attenzione, c’è anche
la nostra!). Tra tutte le altre malefatte statunitensi citiamo, in conclusione,
quello più eclatante: il dramma della Palestina e l’appoggio incondizionato
concesso a Israele.
Qualcuno propone, per passare all’azione a favore del Tibet, di boicottare
la Cina.
Allora facciamolo, ma boicottiamo anche e soprattutto gli Usa. Quindi anche
i loro servi. E se c’è uno stato che ha sul suo territorio più
di cento basi militari statunitensi, boicottiamolo!
Come funziona l’autoboicottaggio?