Titolo: Batmsan begins
Regia: Christopher Nolan
Nazione: USA
Anno: 2005

Temet Nosce, “conosci te stesso”.
Esperienza del bosco (anche se nello specifico si tratta di una caverna), iniziazione del guerriero, libero arbitrio contro la visione di chi muove una regia occulta.
Solo apparentemente Batman begins s’inserisce nel carrozzone supereroistico messo in moto nel 2000 colla pellicola di Bryan Singer X-men. Solo nell’estetica e forse nella sintassi possiamo affiancare il Batman-Bale allo Spiderman-Maguire di Raimi.
Fra Marvel e DC Comics, su cellulosa come su carta sussiste, nella maggioranza delle opere, una differenza sostanziale: dove la Marvel mette in gioco la scienza, la DC risponde con l’archetipo.
Spiderman e Daredevil sono il frutto di una casualità legata alla scienza (in entrambi i casi entra in gioco il nucleare, ossessione degli USA del dopoguerra), ma le loro vite sono quelle di un qualunque newyorkese, per quanto segnate da speciali poteri e responsabilità.
Superman e Batman sono semplicemente sempre stati quello che sono, e le loro vite di orfani sono consacrate ad un ideale senza il quale la loro stessa esistenza si risolverebbe nell’incubo di un alieno celato in una terra straniera da una parte, e di un genio ossessionato da un trauma infantile e costretto alla solitudine in un mondo che lo terrorizza dall’altra.
Non avrebbero senso.
Di questa differenza tra Marvel e DC Comics tiene conto Christopher Nolan nella stesura della sceneggiatura dell’ennesima opera dedicata all’uomo pipistrello, forse quella più fedele allo spirito che contribuì alla rinascita del cavaliere oscuro negli anni ottanta.
Se i due film di Tim Burton erano maggiormente focalizzati sulla schizofrenia d’un miliardario che gira per i tetti di una città corrotta vestito da pipistrello per spaventare i criminali, quello di Nolan mette in scena l’eroe, la nascita di una leggenda, giocando la carta dell’impersonalità del narratore e facendo tabula rasa di quanto messo in scena nelle precedenti pellicole.
Di fatto non si tratta di un prequel, ma di una rilettura vera e propria delle origini di un mito popolare che può ricordare l’Unbreakable di Shyamalan (insuperata pellicola sulla nascita di un supereroe) e la serie televisiva Heroes.
La differenza più lampante sta nel fatto che Burton mette in scena se stesso, la propria sensibilità (in modo impeccabile ed affascinante, peraltro), tanto che le due opere portano esplicitamente la sua firma, mentre l’autore di Batman Begins racconta una leggenda, con lo stesso spirito coinvolto ma distante con cui si potrebbe parlare di Paride o di Orlando. Da una parte l’intimismo (che rende possibili anche delle difficili storie d’amore), dall’altro il poema epico (che bandisce storie d’amore dalla vita di un moderno guerriero).
Come già Miller nel Ritorno del cavaliere oscuro e in altre sue creazioni, Nolan prende un’icona pop e la eleva a simbolo dell’aspirazione alla giustizia dell’uomo della strada. Non si può infatti guardare il film senza identificarsi nell’eroe nel cui cuore ogni cosa è lineare, perché non ancora incanalata nel sociale. Farlo vedere mentre nasce, cresce e attua i primi goffi tentativi di portare la giustizia, fino a diventare quel “fiume in piena, terrore e salvezza per chi vive sulle sponde” vestito di nero non è solo narrazione, è qualcosa di più: offrire allo spettatore la speranza, forse meglio dire consapevolezza, che un semplice essere umano può alzare la testa e pronunciare il suo “Sacro No”, che nello specifico è rivolto alla corruzione di Gotham City (e in chiusura al folle disegno del suo antico maestro Raz al Gul), ma ovviamente può essere trasposto in qualunque contesto.
Il percorso di Bruce Wayne, non è diverso da quello di ogni essere umano costretto ad affrontare le proprie paure per essere libero di agire.
“Esperienza del bosco”, dicevamo: è ciò che viene messo in scena in quella emozionantissima sequenza in cui Bruce viene lambito da una miriade di pipistrelli. Una vera e propria iniziazione.
Significativo il fatto che egli non possa superare la propria paura, facendone una propria forza, nella setta di Raz Al Gul, ma in una grotta, solo come un lupo, un ribelle, un animale notturno che per diventare qualcosa di superiore, non può obbedire a qualcosa che sente come ingiusto, perché preminente è la sua necessità di essere.
La paura torna in gioco anche nella figura dello Spaventapasseri, personaggio i cui metodi sono apparentemente simili a quelli di Batman, poiché anch’egli gioca sulla paura, ma che si avvale di un prodotto della scienza, neutralizzabile per mezzo di un antidoto, dunque un punto di forza che, non essendo davvero una virtù del personaggio, è solo un artificio: di fatto la sua figura appare meschina e poco virile.
Ancora legata al terrore appare la Setta delle Ombre, circolo iniziatico votato al causare cataclismi per far risolgere la civiltà dalle proprie ceneri, una sorta di terrorismo su larga scala, frutto di un delirio di onnipotenza portato a proporzioni apocalittiche.
Ciò che distingue il loro disegno dalla missione di Batman è l’isolamento, la distanza dal mondo. Nascosti in una lontana fortezza estremo orientale, gli iniziati della setta percorrono una strada inversa rispetto a quella di Bruce Wayne: un progressivo allontanamento dall’Amore Universale, dal prossimo, laddove invece tutta la vita di Wayne è un tentativo di dare speranza ad un mondo cui vorrebbe avvicinarsi il più possibile. Da una parte un arroccamento eremitico, dall’altra un sistematico inserimento nella società che, per quanto malata, è da salvare. La via dell’eremita può portare a facili suggestioni e non produrre, così, gli effetti sperati. Significativo il fatto che l’orfano miliardario vestito da pipistrello creda nella speranza, mentre Raz Al Gul assolutamente no, perché è da ciò che scaturisce il contrasto che porterà allo scontro tra di loro.
Il disegno della setta delle Ombre ha un suo senso, ma è gelido, vuole salvare l’umanità ma dimentica proprio l’elemento umano, non promuove la vita: si parla in fondo di gruppo di uomini che in buona sostanza non hanno mai davvero sofferto se non sul piano formale del sacrificio fisico, un circolo del dopolavoro specializzato in arti marziali e complotti, mentre Bruce sa esattamente quanto valga ogni singola vita e (di conseguenza) ogni singola morte, avendolo sperimentato col proprio trauma infantile. Quello che fa di Batman un guerriero e dei ninja della Setta solo dei fanatici non dissimili da tanti stolidi adepti di varie sette moderne, è proprio il tentativo d’inserirsi nel flusso dell’amore cui quelli hanno rinunciato, la pietà in senso non solo latino ma anche cristiano. Riecheggiano le parole di Gandalf: “molti che meritano di vivere muoiono e molti che meritano di morire vivono”, e ne costituisce in un certo senso una corretta interpretazione la frase che alla fine dello scontro finale il supereroe pronuncia al suo nemico: “non ti ucciderò, ma non sono costretto a salvarti”, affidando al Fato l’avversario.
Ed è in questa accettazione non fatalista ma consapevole e virile che l’opera di Nolan ci offe un eroe che ha accettato fino in fondo la via del guerriero che si incontra, al vertice, con quella dell’asceta.