Le elezioni statunitensi sono sempre più un evento mediatico
Una campagna elettorale da premio Oscar
Un copione perfetto, una trama avvincente, personaggi
così politicamente corretti che di più non si può.
Precedenti illustri di film dedicati alla vita umana e famigliare di inquilini
della Casa Bianca invitano a ben sperare in termini di incassi al botteghino.
Protagonista: di colore, un Martin Luther King dei tempi nostri, nato
nel ghetto, famiglia disgraziata, addirittura qualche venatura musulmana,
però poi vero self made man, un cursus honorum di tutto rispetto
in politica. Che casacca indosserà? Indifferente, ambarabacicicocò:
gli è toccato il Partito Democratico, quindi l’avversario
dev’essere Repubblicano, poco male.
L’avversario appunto: attempato reduce del Vietnam, grande amico
del malvagio Presidente in carica, al suo fianco una strampalata governatrice
dell’Alaska con una famiglia imbevuta d’ipocrita conformismo
Wasp, così c’è anche un po’ di bonaria autoironia.
La trama: la lenta, ma inesorabile marcia di avvicinamento delle Primarie,
avversaria una zitella rancida… No, troppo caricaturale, meglio
la cornuta più famosa del mondo, una che vorrebbe arrivare sul
luogo del delitto coniugale magari per chiudere dure giornate di lavoro
con un palestrato stagista fresco di laurea ad Harvard, tanto per rendere
la pariglia. Primo successo del nostro eroe e comincia a delinearsi la
sua famiglia, che è tutta una citazione del telefilm “Il
Principe di Bel-Air”: tutti di colore, borghesia benestante con
titoli di studio conquistati partendo dalla miseria segregazionista, in
maniera coerente con il grande sogno americano. E dall’altra parte
della barricata, invece, appare una vecchia truccata e tirata in maniera
ridicola, quasi Crudelia Demon: chi la vorrebbe una così come First
Lady? Il confronto a distanza e nei dibattiti televisivi fra i due contendenti
alla Presidenza degli USA merita varie scene, con rapidi passaggi dagli
studi della CNN a qualche ghetto, ogni tanto spazio all’attualità
con le guerre in corso (un po’ di sano patriottismo non guasta mai)
e la crisi economica che esplode sul più bello. Il nostro ha la
risposta a tutto coerentemente coi suoi predecessori democratici che hanno
affrontato situazioni simili (Roosevelt la crisi, Kennedy la guerra),
dove la sua esuberanza giovanile cade nell’inesperienza, ecco una
vecchia volpe da affiancargli, pronta a togliergli le castagne dal fuoco
specialmente in politica estera. Ma il tema razziale va sfruttato meglio…
Ecco quindi un terribile complotto sventato grazie a Echelon (vedete che
serve? Un piccolo sacrificio della vostra privacy è indispensabile
per salvare la democrazia), il quale intercetta un imberbe sedicenne e
un foruncoloso diciottenne che su internet, invece di trastullarsi davanti
a siti porno come il 90% dei loro coetanei, pianificano omicidi di massa
e attentati al “negro” che osa correre per la Casa Bianca.
Il climax è pronto per la scena madre: la vecchia nonna (bianca,
tanto per delineare meglio il melting-pot che è così bello),
la quale ha allevato il nostro eroe salvandolo dalle disgrazie della sua
infelice condizione familiare (i parenti musulmani…), è in
fin di vita, sicché lui vuole mollare tutto per correre al suo
capezzale proprio nei giorni decisivi della campagna elettorale, il gran
finale in cui bisogna convincere gli indecisi, vero e proprio ago della
bilancia elettorale. Inquadrature frenetiche all’interno della stanza
dei bottoni del comitato elettorale: i sondaggi dicono che non vale la
pena andare fino alle Hawaii, i comizi sono già pianificati, il
vecchio è in rimonta e può conquistare il palcoscenico per
troppi giorni in tua assenza… Allora, ecco la futura madre della
patria che avanza nel caos e dimostra finalmente una vera donna americana
dopo tante patetiche protagoniste: “Vai pure, caro, tua nonna è
la cosa più importante che ti resta della tua famiglia, andrò
io a fare campagna elettorale per te…” Sbigottimento, bocche
aperte, lui ammicca, la abbraccia e parte. E ora un crescendo musicale
di sottofondo con un bel Gospel, lei che si sobbarca i ghetti e le comunità
nere, ma stringe anche mani wasp, arringa palazzetti dello sport multicolori
e la gente, come per ogni novità nel mondo del commercio, la segue
con enorme attenzione. La nonna benedice il nipotino e passa a miglior
vita, ma quando lui torna a casa c’è già la gente
in fila davanti ai seggi. “Yes, we can”! Le alchimie elettorali
potrebbero giocare ancora un ultimo scherzo, invece arriva il meritato
trionfo, nella patria della democrazia il vecchio leone sconfitto ammette
la batosta e la vittoria è piena. Però manca qualcosa, bisogna
inserire ancora un personaggio nelle fila dei buoni: appena eletto il
Presidente rende noto chi saranno i suoi più stretti collaboratori
ed ecco in uno dei posti più importanti un americano con doppia
cittadinanza il cui padre ha combattuto per la libertà della sua
terra dai cattivi musulmani (sperando che nessuno si ricordi che i sionisti
dell’Irgun compivano vero e proprio terrorismo) e quindi la sua
presenza certifica che la nuova amministrazione non si dimenticherà
del popolo senza terra che chiede solo di colonizzare una terra senza
popolo.
Meraviglioso, si possono fare grandi incassi, per la parte del protagonista
un Denzel Washington ci starebbe benissimo, in regia magari Steven Spielberg
(così non stride tanto il fatto che quel personaggio così
importante compaia solo nel finale) e per la post-produzione… Ma
no, ma no, cosa avete capito, l’attore protagonista si chiama Barak
Obama e il regista non è unico (come il maestro, non sia mai!)
bensì un affiatato sinedrio di lobby!