Ora che giovani e adulti, vecchi e bambini si sentono
pienamente partecipi di quella che potremmo ironicamente definire “società”(essendo
io un lettore di Spengler mi disgusta un po’ chiamare la nostra
una Civiltà), dovremmo rivolgere la nostra attenzione a quello
straordinario mezzo comunicativo che occupa senza riserve la maggior parte
della nostra vita. Da sempre la comunicazione è stata uno strumento
di controllo sociale; basti ricordare la funzione che il teatro greco
aveva nella polis o il ruolo comunicativo e culturale assunto da rapsodi
e aedi nell’età alessandrina. Inutile dunque stare a discutere
sulla valenza o meno della comunicazione che con il susseguirsi delle
epoche ha trovato sempre nuovi metodi e nuove percorsi divulgativi. Che
cos’è allora che cambia oggi con l’avvento della nuova
comunicazione di massa?
Qualcuno obbietterà dicendo che il problema si tale strumento risieda
oggi nel fatto appunto di essere massificata. Questo però risulta
essere soltanto un problema d’estetica comunicativa e non di comunicazione
in sé; infatti per quanto la massa possa presentarsi come un accozzaglia
uniforme priva di spessore cerebrale (vd. Grandi Fratelli e simili) essa
in passato era stata pienamente coinvolta nell’ambito comunicativo:
nel teatro greco ricordo che erano organizzate continuamente festività
e celebrazioni teatrali, nell’Atene di Pericle vi era anche il rimborso
di due obli per il biglietto d’entrata. Nel teatro dunque, la comunicazione
allora aveva un carattere sacrale, divino e il popolo, tutto il popolo
di ogni classe, età o sesso era chiamato a partecipare a questo
rito.
Prendendo poi in esame quelli che erano gli scopi della comunicazione nelle società tradizionali, risulta evidente come si potesse attribuire ad essa una destinazione di tipo pedagogico ed una destinazione che avesse come fine il tramandare quelle fonti orali e scritte che erano i fondamenti stessi della cultura tradizionale dello Stato. E’ semplice così identificare il teatro greco come una sorta di assemblea formativa dove la tragedia, per esempio con la fusione tra mythos e azione, aveva il compito primario di porre davanti agli occhi degli spettatori la problematicità dei comportamenti scorretti, di modo che il cittadino potesse essere pienamente cosciente delle sue azioni e dei suoi effetti all’interno della comunità. Oppure la commedia, non era altro che un abile strumento di riflessione sullo svolgimento della vita politica o pubblica. Un azione dunque, quella della comunicazione arcaica, che potremmo definire in sintesi costruttiva o positiva.
Oggi il problema dei mezzi comunicativi di massa sta
appunto nello stravolgimento di tale funzione, che da costruttiva è
diventata distruttiva o negativa. Non è un caso che sempre più
spesso e sotto varie sfaccettature vengano presentate agli occhi degli
spettatori esempi di persone o enti (come per esempio famiglie poligame,
perversi di ogni tipo, assassini e quant’altro sia appetibile dagli
shares) che sono il prodotto di una dissoluzione morale in atto o individui
che siano portatori di una disgregazione culturale progressiva, senza
quasi più speranze di riabilitazione in una società normale.
I talk show, le Marie de Filippi, i Maurizio Costanzo, i Grandi fratelli,
i Grandi Bordelli sono lo specchio della dissoluzione a cui consciamente
si vuole andare in contro. I motivi di tale volontà disgregatrice
sono da individuare nella nuova forma di controllo sociale a cui si sta
tentando di giungere. La comunicazione distruttiva ha infatti come obbiettivo
lo svilimento della coscienza individuale che ponendosi continuamente
di fronte realtà assolutamente estranee e alienate, finisce in
breve tempo per accettarle facendo coincidere la propria coscienza con
quella della grande comunicazione. Diventa normale la coppia gay, diventa
normale il transgender, diventa normale tutto ciò che è
anormale in quanto estraneo alla consuetudine. Con la disintegrazione
della coscienza, la trasmissione della cultura (in senso ampio) diventa
semplice informazione che non viene più calibrata dalla riflessione
personale, ma è accettata in toto come verità sostanzialmente
dogmatica o comunque difficilmente contestabile. E’ una vera e propria
reazione a catena che determina il pieno controllo delle coscienze collettive
sempre meno autosufficienti ma sempre più abbandonate a se stesse.
E’ un problema di importanza considerevole se si pensa che l’ente
Uomo viene determinato dalle relazioni sociali che intraprende e tali
relazioni sociali sono possibili solo grazie ad un uso proprio dello strumento
comunicativo. Ma se questo viene meno, allora è l’Uomo stesso
a scomparire.
Ringraziamo dunque gli amici dell’Isola dei Famosi se fra qualche
anno saremo tutti talmente rincoglioniti da non conoscere più nemmeno
il nostro nome.