Dal punto di vista cinematografico è stato già detto tutto su
questo capolavoro, l'analisi psicologica dei personaggi Kurtz-Brando e Willard-Sheen
è stata sviscerata da ogni angolatura: qui tentiamo di rileggere il film
da un punto di vista politico. La lunga sequenza della piantagione francese
chiarisce molto bene cos'era il Vietnam e soprattutto chi erano i vietcong.
In occidente, salvo qualche rara eccezione, chi era di sinistra li riteneva
degli eroi perchè erano comunisti, invece chi era di destra, li indicava
come mostri sanguinari. Quelli erano eroi, per davvero. Ma non erano comunisti.
Se lo erano, non erano degli ortodossi marxisti, anche se dicevano di esserlo
perchè avevano bisogno degli aiuti e delle armi sovietiche. Erano comunisti
nel senso in cui lo erano tutte le civiltà contadine preborghesi, anche
quella europea, molto prima che nascesse la parola comunismo. Sarebbe più
preciso definirli comunitaristi. Certo non erano attivisti dei diritti umani,
ma erano attaccati alla famiglia, patriottici e disciplinatissimi, come i nazisti
avrebbero voluto volevano essere, senza quasi mai riuscirvi.
Ma non erano né rossi né neri: la differenza è antropologica,
il confronto ideologico, invece, non ha nessun senso.
In una delle ultime scene del film il colonnello Kurtz spiega com'erano: "non
erano mostri, erano uomini, avevano un cuore, una famiglia, dei bambini, erano
colmi d'amore".
Ma erano anche capaci di tagliare ai loro bambini il braccio che gli americani
avevano vaccinato: assistere a ciò, racconta Kurtz-Brando, lo aveva sconvolto
ma gli aveva fatto capire che in quel gesto c'era "genio" perché
c'era "volontà": si era trattato di un atto "perfetto,
genuino, completo, cristallino, puro". Allora aveva capito che "loro
erano più forti di noi, perché erano capaci di sopportarlo".
Sopportare il dolore, non rimuoverlo. "Di questo c'è bisogno",
prosegue Kurtz, "uomini con un senso morale" ma anche capaci di fare
ciò che deve essere fatto, con spietatezza.
Il senso morale è fondamentale per riconoscere "l'orrore",
si tratti dell'orrore della guerra o di quello del delirio consumista occidentale,
che nella pellicola emerge a più riprese, dalle manie del colonnello
Kilgore, allo spettacolo delle conigliette di Play boy, al personaggio del fotoreporter-Hopper.
Per poter essere liberi si deve essere capaci di riconoscere l'orrore e, quando
si compie il male, esserne consapevoli. Solo allora si potrà essere davvero
responsabili delle nostre azioni, solo allora si potrà parlare di meriti
e di colpe. Kurtz, nel suo primo incontro con Willard, gli chiede: "ha
mai pensato a delle forme reali di libertà?". Questa è la
domanda che il film rivolge a ognuno degli spettatori.