Il Superuomo come nuovo capo di un’elitè aristocratica capace di riportare la “piccola” Italia
ai fasti dell’Impero di Roma
Il pensiero filosofico di Nietzsche ha rappresentato per decenni il bisogno
di un rinnovamento, di una ricerca di valori, di una rinascita della civiltà
europea per affrontare il torbido nichilismo nel quale la società moderna
era entrata. L’interpretazione dannunziana del pensiero del filosofo tedesco
è volta proprio a questo: ricercare i valori che il nuovo corso materialistico
e democratico aveva distrutto. Nietzsche divenne così il filosofo della
crisi, il fondatore d'un modo di pensare nuovo. Una dei concetti più
stimolanti ma allo stesso momento di difficile interpretazione è il cosiddetto
Superuomo. Nietzsche non ha infatti mai specificato chi o cosa debba essere
il Superuomo. I critici si sono divisi in diverse correnti di pensiero, anche
a seconda delle appartenenze politiche. Il superuomo può essere interpretato
come una ricerca di libertà e creatività in un mondo eccessivamente
conservatore e chiuso, o la ricerca di uno sbocco forte e autoritario da un
mondo reso caotico del progressismo figlio del “dogma del ‘89”.
Gabriele D’Annunzio, è profondamente influenzato da questa seconda interpretazione. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese («La democrazia moderna è la forma storica del decadimento dello stato ») e dei principi egualitari («Mi sento spinto a ristabilire l’ordine gerarchico nel secolo del suffragio universale, cioè nel secolo in cui ognuno pensa di credere di avere il diritto di giudicare tutto e tutti»), all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale moderna («Dove la moralità è troppo forte l'intelletto perisce»), al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta («Il terribile fa parte della grandezza checché si dica il contrario») e dell’affermazione di sé anche attraverso la morte («Amo colui che vuol creare qualcosa al di sopra di sé, e così facendo perisce»). Queste idee rispetto al pensiero originale di Nietzsche assumono un carattere più fortemente aristocratico e reazionario. Le opere superomistiche di D’Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei principi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva perciò ad auspicare l’affermazione di una nuova classe dirigente elitista e aristocratica che si elevi dalla massa e comandi il paese attraverso il culto del bello e dell’azione eroica, al di sopra delle leggi, sprezzando il bene e il male, guidata dai valori tradizionali sempre attuali. Queste elite devono portare l’Italia, culla della cultura latina e perciò europea, di nuovo al comando del mondo, di nuovo ai fasti imperiali dell’antica Roma.
Ma il Superuomo dannunziano è anche esteta. L’estetismo è di fatti fondamentale per l’elevazione della stirpe, e si trasforma in un senso di volontà di potenza. L’immagine romanzesca del Superuomo appare in D’Annunzio nel 1892 in un articolo, “La bestia selvaggia”, nel quale lo scrittore presenta il pensiero del filosofo tedesco presentato come il grande “rivoluzionario aristocratico” . D’Annunzio formulerà e sue teorie in due successivi romanzi: Il Trionfo della morte, dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni, e Le Vergini delle Rocce. Proprio in quest’ultimo c’è il significativo passaggio nel quale il protagonista, Claudio Cantelmo, auspica l’avvento di questa nuova elite che abbia il coraggio e la volontà di guidare una nuova Italia. Fra gli intellettuali va cercato questo Uomo. Si sforza perciò di proporre una visione nuova dell’intellettuale; non più solo esteta, ora anche uomo d’azione, non più isolato, ma voglioso di lanciarsi nella lotta volta a cambiare l’attualità, modellandola su i principi di bellezza, forza ed eroismo. La parte iniziale è un invettiva, quasi sarcastica, alla realtà borghese contemporanea, che Claudio osserva dalla Capitale, città culla della cultura latina, rovinata dall’ossessione del denaro(«Occidente divenuto un’immensa banca giudea asservito alla finanza plutocratica»), dalla speculazione edilizia e dall’egualitarismo parlamentare che mortifica lo spirito del “Re guerriero” (i Savoia sono una casata di tradizioni militari). Respingendo lo spirito egualitario Cantelmo auspica una società guidata da un governo gerarchico e autoritario, un governo dei «migliori», che abbia la forza di contrastare l’«arroganza delle plebi». L’aristocrazia deve riconquistare il suo predominio antico sulla società; il diritto è dato dal sangue, ereditato dagli avi, che la borghesia non potrà mai avere. L’aristocrazia deve guidare Roma ad una potenza imperiale, che la porti di nuovo al dominio del mondo.Sono però i poeti e li intellettuali, grazie alla loro sensibilità, a dover guidare l’aristocrazia al comando dello stato. Un’intellettuale non più bloccato al rimpianto del passato, come concetualizzato dalla corrente letterario decadente, ma uomo d’azione di movimento, che usa la poetica come arma micidiale per distruggere la società borghese, democratica e liberale.
Cantelmo sa però che il tempo del riscatto è ancora lontano; nel frattempo si propone tre compiti: portare a perfezione, nella sua persona e nella società, i caratteri della stirpe latina; trasmettere le ricchezze ideali della stirpe ai figli; fare della propria vita un’opera d’arte. Il Superuomo sarà perciò colui che guiderà la stirpe latina a toccare il culmine della sua storia. Questo passaggio può essere considerato il vero e proprio manifesto politico del Superuomo dannunziano
Dopo un periodo di composizione teatrale D’Annunzio scrive il romanzo Forse che sì forse che no, nel quale presenta uno strumento in linea con le rivendicazioni supomistiche: l’aereo (questa posizione della “nuova macchina” come strumento del Superuomo è vicina alle rivendicazioni culturali dei pensatori futuristi).
Ma è il periodo dell’interventismo a creare il mito del “D’Annunzio-Superuomo”. La nuova forma dell’oratoria politica verso le masse, proponeva D’Annunzio come nuovo capo carismatico della nazione. Anche la parola, insomma, si faceva gesto, ebbrezza d’azione, istante assoluto da consumare in sé stesso. Il periodo della guerra ci presenta un D’Annunzio eroe quasi invincibile (basti ricordare la beffa di Buccali e il volo su Vienna). Tutte queste imprese fanno crescere in D’Annunzio il pensiero di essere l’uomo giusto al momento giusto, colui che guiderà l’Italia a nuovi obiettivi e a nuovi trionfi. Dopo l’impresa di Fiume, in D’Annunzio aumenta lo scontento per il mondo democratico e liberale, inerme davanti lo strapotere del popolo combattente e produttore.
Ad incarnare perfettamente il superuomo é Ulisse: egli non è come i suoi compagni, che pure gli sono cari, ma si sente spinto a confidare solo in se stesso e destinato a realizzare imprese eccezionali, come quell’Ulisse di cui ha meritato il simbolico sguardo. Ulisse diventa quindi non solo il simbolo del "superuomo" per D’Annunzio, ma anche l’esempio e l’incitamento di tutti gli uomini che, come il poeta, non si accontentano di una vita tranquilla ma vogliono affermare la loro volontà di potenza realizzando la dimensione eroica di se stessi.
L’interpretazione dannunziana del pensiero di Nietzsche si può perciò riassumere in due concetti: insofferenza di una vita comune e normale e vagheggiamento della "bella morte eroica". Egli perciò insiste sui temi della grandezza, dell'orgoglio, dell'eroismo estetizzante. In D'Annunzio il superuomo trova la sua perfetta identificazione con l'artista. In lui non è tanto la vita a tenere dietro l'arte, ma l'arte a seguire le eccentricità della vita e questo costò al poeta un'accusa di superficialità.