Dèmos e kràtos.
Esiste l’antitesi fra democrazia, da un lato, e libertà,
dall’altro, come credeva il Pericle raccontato da Tucidide, oppure,
al contrario, quello democratico, pur nella versione liberale, è
veramente il solo tipo di governo sotto il quale sia possibile, oggi,
trovare un po’ di libertà?
Il popolo è libero soltanto durante le elezioni, quando nomina
i suoi rappresentanti, per poi tornare in schiavitù e non contare
più nulla, come sostenne il discusso contrattualista Jean-Jacques
Rousseau, oppure la pratica delle elezioni, da sola, basta per qualificare
un sistema come democratico, in cui il popolo partecipa veramente al processo
decisionale?
E’ una conquista di civiltà irrinunciabile, con la definitiva
emancipazione della parte più povera e numerosa della popolazione
– i moderni Teti – oppure è soltanto il prevalere della
quantità sulla qualità?
Democrazia e liberalismo sono un binomio inscindibile e vincente, che
si diffonderà nel mondo, fino ai suoi angoli più remoti,
segnando in modo indelebile la storia futura dell’umanità,
oppure si tratta soltanto di slogans, utilizzati dai poteri forti per
esportare i loro interessi in paesi non ancora aperti al mercato e non
ancora gratificati dal dono della partecipazione al voto, per poi eleggere,
una volta avuta la democrazia, rappresentati decisi da altri?
L’unione di due semplici parole greche, dèmos e kràtos,
antiche quanto quella Europa in cui sono state per la prima volta pronunciate,
è veramente all’origine del migliore dei sistemi possibili?
Migliore per chi?
Oltre duemila anni di dotti contradditori e di equivoci, per riempire
di contenuti una parola dai contorni sfumati ed incerti: democrazia.
Ai giorni nostri il dibattito è ancora aperto, in un'infinita discussione
in cui si difende e si esalta, o in qualche caso si critica, ciò
che non si è capaci neppure di definire in modo chiaro, univoco
e condiviso, mentre la liberal-democrazia dell’epoca della mondializzazione
non è certo la democrazia delle polis greche, nata con Clistene
duemila e cinquecento anni or sono, avendo irrimediabilmente perduto il
carattere della partecipazione diretta, sostituito dall’ambiguo
meccanismo della delega – in seguito all’applicazione di quel
principio di rappresentanza che fu tanto caro a John Stuart Mill –
e, per dirla con il filosofo Costanzo Preve, le due stesse parole che
la evocano, divenute ormai un binomio inscindibile, nel nostro presente
altro non sono che fantasmi di legittimazione ottocenteschi.
In effetti, ci sembra che la democrazia rappresentativa di matrice liberale
– la cui diffusione in tutto il pianeta ha popolato i sogni più
arditi dei liberal-democratici , per non dire dei neocon americani, dopo
la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica –
è come un delicato e oscuro meccanismo che sta per incepparsi,
sopraffatto dalla perdita di importanza e dalla contemporanea crisi degli
stati nazionali e delle loro istituzioni, la cui sopravvivenza è
giudicata essenziale per far “vivere” la democrazia, con le
decisioni più importanti, per la vita dei popoli e delle nazioni
in cui ancora questi si riconoscono, che ormai sono prese ad un livello
più alto, in quelle organizzazioni sovra-nazionali e in quei consessi
multinazionali – di natura non elettiva e, spesso, saldamente nelle
mani di grandi interessi privati – chiamati a omologare e a gestire
un mondo globalizzato, e con i sempre maggiori poteri, un tempo prerogativa
dei governi e dei parlamenti degli stati-nazione, che gli organi della
mondializzazione avocano a sé.
Se per Karl Popper il misterioso oggetto del desiderio chiamato democrazia
è, in un'eccessiva e sbrigativa semplificazione, quel sistema che
consente di cambiare il governo senza dover ricorre alla forza e, quando
necessita, contro la stessa volontà dei governanti in carica –
quindi il cambiamento senza violenza, volendo essere ancora più
stringati, il quale potrebbe verificarsi, però, anche in una monarchia
assoluta ereditaria o in una teocrazia, con buona pace di Popper …
– per un altro pensatore, Alexis de Toqueville, che ha analizzato
a fondo il sistema adottato negli Stati Uniti d’America e intuito
le future potenzialità di espansione di quel paese, prevedendo
per primo la “democratizzazione” dell’Europa [ed anche
la sua umiliante “americanizzazione”?], la democrazia fa il
paio con l’eguaglianza, come sappiamo mai effettivamente realizzata
nel corso della storia umana e, quindi, per ora puramente utopica.
Continuando la breve esposizione, spesso si esaltano gli aspetti di controllo
dei governanti ed il bilanciamento fra i poteri, centrando l’attenzione
sui meccanismi di check and balance – che rappresentano altrettanti
problemi aperti, con inevitabile tendenza a complicarsi – mentre
alcuni ci ricordano ciò che troppo spesso sorprendentemente si
dimentica: la sovranità, in democrazia, appartiene al popolo, sottolineando
come questo ultimo dovrebbe avere voce in capitolo nell’esercizio
del potere e nelle scelte che lo riguardano, pena la delegittimazione
delle istituzioni.
Ingredienti fondamentali potrebbero essere, ancora, la carta costituzionale
– naturalmente sul modello della costituzione americana del settecento,
che sembra resistere da almeno due secoli – e lo stato di diritto
anche se, come ci ricorda qualcuno nella confusione concettuale che circonda
la democrazia, la rule of law può benissimo esistere al di fuori
dello stato democratico e funzionare ottimamente in altri contesti, pur
rappresentando uno dei due elementi fondamentali dell’ordine liberale.
Quello che pare abbastanza certo e ormai condiviso dai più, è
che le elezioni non bastano per poter parlare compiutamente di democrazia,
in particolare se il voto non è libero, se è soggetto a
manipolazioni e brogli o se si riduce ad un mero ludo cartaceo, e il pluralismo
politico, inteso come pluralità di partiti che dovrebbero contendersi
il consenso, se soltanto formale e di facciata, può tranquillamente
prosperare anche laddove il demos è praticamente in catene.
Evitando di concentrarci – con inevitabili distrazioni – su
freddi e statici aspetti istituzionali o sul vacuo rapporto fra libertà
effettive e libertà formali all’interno delle “istituzioni
democratiche”, oppure di discutere, su un piano teorico, se la sovranità
appartiene al popolo o ad una miriade di singoli individui astratti e
partoriti dal pensiero liberale, che dovrebbero godere della cittadinanza
pleno iure, alla Norberto Bobbio, è bene ricordare che vi sono
anche tentativi originali e alternativi di definizione della democrazia,
al di fuori dell’imperante pensiero liberale e neo-liberale, come
quello che ci propone Costanzo Preve [Il popolo al potere, Arianna Editrice,
I edizione 2006], secondo il quale la democrazia […] è sempre
e solo un processo dinamico di accesso del popolo al potere – e
non un semplice potere del popolo, definito in via esclusivamente istituzionale
sulla base di sistemi elettorali dati […], ben sapendo che tale
accesso potrebbe essere soltanto temporaneo, che non comporterà
la “fine della storia” e con la precisazione che il popolo
inteso come corpo elettorale passivizzato e manipolato dalle oligarchie
medianiche e da quelle finanziarie non andrà mai al potere […].
Si tratta, in tal caso, di una lunga ed estenuante marcia di avvicinamento,
intervallata da guerre, repressioni, abbagli di natura ideologica e mai
giunta alla fine, ed anzi, oggi bruscamente interrotta dalle potenti istanze
globalizzatrici, dal dominio incontrastato del libero mercato planetario
e delle sue regole, dal conseguente imporsi degli interessi di una nuova
e spietata classe senza cittadinanza alcuna: la global class.
Ecco che accanto ai tradizionali problemi che la democrazia ci pone –
iniziando dall’estrema difficoltà di darne una definizione
compiuta e accettabile, almeno in una data epoca storica, riuscendo ad
individuare con chiarezza e in modo esaustivo gli aspetti fondanti, nonché
l’acceso dibattito intorno alle condizioni indispensabili per l’effettiva
praticabilità della sovranità popolare e alla necessità
dell’affermarsi, per la sua piena operatività, di una non
meglio precisata “cultura democratica” [questione da tempo
viva, questa ultima, da John Dewey a Hannah Arendt] – se ne sono
aggiunti di nuovi e di più gravi, tali da svuotare di contenuti
concreti le sue stesse istituzioni, a partire dai parlamenti e dai governi,
complice la crisi profonda attraversata da quegli stati nazionali costituenti
lo storico contesto di affermazione della democrazia, che in prospettiva
futura dovrebbero eclissarsi con il sorgere del vagheggiato governo mondiale.
Un celebrato studioso di scienze politiche e sociali ed ex commissario
europeo, ma soprattutto un “vecchio” liberal-democratico dichiarato
e non pentito, dotato di una certa onestà intellettuale, quale
è Ralf Dahrendorf, ci avverte senza mezze misure: Questo è
il cuore del problema. Le decisioni stanno emigrando dal tradizionale
spazio della democrazia. […] Decisioni di vitale importanza non
sono più assunte a Montecitorio, o a Westminster, e neanche in
Capitol Hill, ma altrove. Per i paesi che hanno adottato l’euro,
i tassi di interesse sono stabiliti a Francoforte. Se due grandi industrie
vogliono fondersi, devono chiedere il permesso a Bruxelles. La decisione
di bombardare Belgrado è stata presa dalla NATO. […] Questo
complesso di decisioni, prese al di fuori del processo democratico, fanno
oggi apparire la democrazia totalmente impotente. La disponibilità
universale e immediata di informazioni, che è la vera essenza della
globalizzazione, consente di by-passare le istituzioni tradizionali della
democrazia. Ciò solleva domande di enorme rilievo. Sempre le solite
tre: come possiamo far valere gli interessi della gente coinvolta da queste
decisioni? come possiamo controllarle con un sistema di check and balance?
come possiamo assicurarci che la scena internazionale non sia permanentemente
dominata da un piccolo gruppo di detentori del potere?La mia tesi è
che questi interrogativi rimangono attuali e sul tappeto, ma che le risposte
sono scomparse. Oggi non è più possibile dire che la democrazia
e le sue istituzioni sono la risposta. [Dopo la democrazia. Intervista
a cura di Antonio Polito, Editori Laterza, Prima edizione 2003].
Oltre a lodare la chiarezza espositiva del democratico e liberale Dahrendorf,
apprezziamo la sua freddezza nell’ammettere, di fatto e pubblicamente,
il fallimento della liberal-democrazia e della forma-stato in cui si è
affermata, la piena crisi che attraversa, giunta ormai ad uno stadio avanzato,
l’assenza di risposte e soluzioni all’interno del sistema
politico in cui viviamo e dello stesso pensiero liberal-democratico .
Questo pericoloso vuoto – che si accompagna ad un crescente vuoto
di rappresentanza e di autorità nelle stesse società definite
democratiche – non è però dovuto al caso, non si è
creato spontaneamente, in seguito all’avvenuta mutazione del mercato
da nazionale a mondiale, così come la predisposizione e la firma
degli accordi commerciali internazionali che hanno accelerato il processo
in parola non costituiscono un “evento naturale” … la
stessa azione degli organi della mondializzazione, a livello internazionale,
non è casuale ma risponde ad interessi ben precisi, ed il pensiero
neo-liberale può non avere alcuna volontà di colmare tale
vuoto, essendo molti intellettuali ed esponenti di spicco di quel mondo
al servizio dei ricordati interessi.
Quando si parla di “democrazia di mercato”, come oggi accade
facendo riferimento alla contemporanea presenza di istituzioni liberal-democratich
e – da un lato –, nel quadro degli stati tradizionali ancora
concepiti in uno spazio nazionale, e delle stringenti regole imposte dal
mercato globale – dall’altro –, si cade in un’evidente
contraddizione, rappresentando la mondializzazione economica [che procede
con l’allargamento del mercato e con l’imposizione delle sue
regole, ponendo in ombra l’esercizio della volontà popolare
e restringendo gli spazi della discussione politica] il nuovo e più
pericoloso fattore di crisi della democrazia, delle sue istituzioni e
dello stesso ordine liberale.
Ci sembra di scorgere i contorni di un disegno abbastanza preciso:
1) Nella prima fase, iniziata con la vittoria degli Stati Uniti nella
così detta guerra fredda, l’affermazione dell’ideologia
neo-liberista ha efficacemente supportato, fin dall’inizio, i processi
di mondializzazione economica e di allargamento ulteriore del mercato,
contribuendo alla loro accelerazione e alla diffusione di quella liberal-democrazia,
ad imitazione del sistema americano, la quale costituisce il miglior compendio,
sul piano politico, della dominante economica rappresentata da un mercato
senza limiti. Questa fase si sta già esaurendo e, in tempi recenti,
il suo successo è stato messo in discussione da una serie di crisi
– quella finanziaria che è tutt’ora in evoluzione,
dopo il primo stadio detto sub-prime, quella immobiliare, quella energetica
e quella alimentare – che potranno condurre l’occidente e
il mondo intero, nel breve periodo, ad una nuova, grande depressione dagli
esiti imprevedibili. E’ in questa fase che stati-nazione e istituzioni
democratiche hanno visto ridurre la loro importanza, perdendo concretamente
molti poteri decisionali e di controllo, trasferiti dalla dimensione nazionale
a quella globale. Ed è in questa fase che si è parlato e
si parla della necessità di arrivare, in prospettiva, ad un unico
governo planetario, magari attraverso una radicale riforma delle Nazioni
Unite, accrescendone i poteri e dotandole di forza militare, e ad un’unica
moneta mondiale, paniere delle principali valute in circolazione, cosa
che porterebbe ulteriori e grandi benefici quasi esclusivamente ai membri
della global class. Il superamento degli stati nazionali e delle attuali
istituzioni democratiche sembra essere, quindi, l’oggetto di una
pianificazione. Come reazione a questo progressivo vuoto, generato dalla
ricordata e contemporanea crisi degli stati tradizionali e della rappresentatività
democratica, è giunta all’attenzione della storia contemporanea,
più che la benefica dimensione locale capace di temperare gli effetti
distruttivi della globalizzazione, la dimensione regionale, bestia nera
del liberale Dahrendorf, in cui, non soltanto a suo dire, si esaltano
i peggiori istinti dell’uomo, quali l’autoritarismo dei capi,
l’intolleranza, la pulizia etnica, un’elevata aggressività
nei confronti dell’esterno, che porta inevitabilmente alla proliferazione
dei conflitti e conduce a situazioni caotiche nelle relazioni internazionali.
2) Nella seconda fase, ipotizzando che non interverrà nel frattempo
qualche disastro economico, ecologico o geo-politico di una tale gravità
da interrompere questo processo e da imporre al mondo una strada diversa,
inizierà la dissoluzione completa dei vecchi stati, già
avviati sulla strada dell’obsolescenza, con ulteriori trasferimenti
di materie decisionali – quali, ad esempio, il welfare, le pensioni
e l’educazione – ad entità sovra-nazionali il cui controllo
non è e non sarà possibile con il così detto metodo
democratico. Se l’affermarsi della dimensione regionale, come spazio
politico alternativo a quello globale, produrrà caos geo-politico
e continui conflitti fra nuove, piccole e medie potenze, di tale frequenza
ed entità da mettere in discussione la continuità del mercato,
penalizzando gli scambi commerciali e interrompendo in più punti
del globo le “rotte” dell’energia, la necessità
di arrivare alla soluzione dei problemi attraverso un’autorità
di governo mondiale diverrà sempre più impellente, manifesta
e giustificabile, come anche il trasferimento a lei di almeno una parte
degli arsenali militari NATO e di altri paesi sottomessi. Di pari passo
procederà la “razionalizzazione” del sistema monetario,
con una probabile fase intermedia – a precedere la vera e propria,
unica moneta mondiale – che sintetizzerà in prima battuta
solo le principali valute, a partire dal dollaro e dall’euro. In
tali contesti, perderà di significato anche il discorso sulla democrazia
e sulle sue istituzioni, nonché la discussione sulla sovranità
popolare e sull’affermarsi e il diffondersi di una cultura democratica.
L’accesso del popolo al potere risulterà ostruito dalle macerie
delle vecchie istituzioni, mentre le nuove, che si mostreranno in piena
luce esercitando in modo diretto il potere, saranno interamente dominate
dai signori della mondializzazione.