Louis Dumont
Homo Hierarchicus: Essai sur le système des castes
La lezione di Louis Dumont
La storia dell’antropologia è piena di fraintendimenti di
culture altre, dovute alla tendenza a cercare in esse qualcosa di familiare,
fino a vedervelo anche quando non c’è, nonché di fascinazioni
esotiche, tanto da suscitare, se non giustificare un’accusa di antioccidentalismo
riferita alla disciplina nel suo insieme.
La gran parte delle ricerche antropologiche è stata per lungo tempo
dedicata a società per così dire “primitive”,
in genere numericamente piuttosto ridotte, e ha prodotto così un
ricchissimo inventario di usi e costumi di popolazioni lontane. Non è
un mistero che molti degli studiosi che hanno portato avanti tali lavori
erano, per le loro posizioni ideologiche, portati alla critica nei confronti
della società occidentale e che spesso hanno ceduto alla tentazione
di esercitarla mediante il paragone tra i propri oggetti
di studio e la società d’origine.
Però le cose cambiano quando l’oggetto di studio non è
più una società molto piccola, ma una grande civiltà,
la cui forma influenza la vita di moltitudini di esseri umani. Esempio:
i cannibali del Borneo, nonostante il forte tabù che la loro pratica
infrange (rispetto alla nostra cultura) sono visti come una curiosità,
quindi si sospende il giudizio, per poi indignarsi molto di più
per il fatto che i cinesi cucinano e mangiano i cani, come se ciò
fosse più immorale di mangiare carne di manzo o di cavallo.
Insomma in questo campo, a differenza che in altri, le dimensioni contano:
il pregiudizio antioccidentale degli antropologi, aumentando la grandezza
dell’oggetto di studio, si rovescia diventando filo-occidentale;
si tratta della matrice dei vari pregiudizi che influenzano pesantemente
l’odierna politica, come quelli antirusso, anticinese, antiiraniano
e via dicendo.
I pregiudizi colpiscono sempre non soltanto le loro vittime dirette, ma
anche chi non ne ha: a pagare il prezzo di questo tipo pregiudizio è
stato certamente Louis Dumont (1911-1998) che dovrebbe essere considerato
uno dei maggiori antropologi di ogni tempo, ma i cui libri, non molti,
ma notevoli, non hanno ricevuto tutti i consensi che meritavano.
Tutta la carriera di Dumont ruota attorno al suo Homo Hierarchus, pubblicato
nel 1966 col sottotitolo Essai sur le systeme du caste (nella traduzione
italiana Il sistema delle caste e le sue implicazioni). Il cuore del libro
è il concetto di casta, sul quale l’Occidente ha accumulato
una quantità d’equivoci, partendo dal quale Dumont giunge
al confronto tra due modelli fondamentali di società: quello olistico
e quello individualistico.
La forza dell’opera è nel suo doppio aspetto di studio su
una realtà particolare e di fondazione metodologica di una teoria
generale della, o meglio delle, società. La società indiana
è studiata, nota bene attraverso l’osservazione diretta,
come un fenomeno totale. Alla casta, descritta estesamente dal punto di
vista istituzionale, economico e sociologico, viene riconosciuto un fondamento
religioso che la colloca all’interno di un ordine trascendentale
nel quale l’individuo non ha spazio autonomo. Il sistema sociale
che ne risulta è armonico con la mentalità collettiva che
lo caratterizza. Parallelamente la civiltà occidentale è
per Dumont coerente con lo spazio che viene concesso al suo interno all’individualismo.
I due tipi di società sono entrambi giustificati, per la loro conformità
con i rispettivi presupposti: in un tipo di società l’autonomia
dell’individuo è una minaccia per l’armonia sociale,
nell’altro ne è la condizione essenziale: le ideologie fondanti
sono tutte e due animate, per così dire, da ottime intenzioni e
perciò il giudizio etico è in entrambe le situazioni assolutorio.
I problemi nascono quando si vuole giudicare la società di tipo
olistico basandosi su punti di riferimento individualistici, si tratta
di una pretesa totalitaria e Dumont lo afferma, senza tentennamenti:
“la tolleranza gerarchizzante tradizionale cede qui il passo a una
mentalità moderna, che è una mentalità totalitaria,
la struttura gerarchica è sostituita da una materia unica e rigida”.
La lezione di Dumont è preziosa non soltanto per gli antropologi,
ma per chiunque voglia comprendere quelle società in cui a tutt’oggi
il principio olistico è prevalente e ne voglia parlare con un minimo
di onestà intellettuale. Quindi per tutti coloro che si interessano
alla politica internazionale.
Esemplare questo passaggio:
“Da parte mia non credo che il paragone tra le società debba
farsi sotto il segno del concetto che esse hanno della persona, perché
questo, a mio avviso, è fondamentale per certe persone e non per
altre, anche se ogni concetto di società implica necessariamente
un determinato modo di concepire gli uomini”.
Per l’autore la gerarchia è il “principio di gradazione
degli elementi di un insieme in riferimento all’insieme” o
“una relazione che si può succintamente definire inglobamento
del contrario”, riconoscendone così uno dei pregi maggiori:
l’inclusione, cui si contrappone il rischio d’esclusione che
caratterizza in modo crescente le liberaldemocrazie occidentali.
“Gerarchia” è diventata una parolaccia, il cui solo
suono evoca atmosfere sulfuree, Dumont ci spiega che ciò avviene
perché, ormai, “chi dice gerarchia dice sfruttamento”,
ma riconosce:
“Il sistema delle caste dovrebbe sembrare meno sfruttatore, di quanto
lo sia la società democratica. Se l’uomo moderno non vede
ciò è dovuto al fatto che egli non concepisce più
la giustizia al di fuori dell’uguaglianza”.
La regola generale proposta da Dumont per il confronto tra culture è
questa:
“la comparazione richiede concetti che tengano conto dei valori
che società diverse hanno scelto per sé”.
Questa è una formulazione del relativismo culturale, ovvero di
una delle vette del pensiero antropologico, da non confondere col relativismo
etico: rifiutare il primo è segno di una mentalità totalitaria,
accettare il secondo è pura e semplice immoralità.
Gli antropologi riconoscono l'esistenza di pochissimi universali culturali,
ovvero di norme che accomunano tutte o quasi le culture. Uno di questi
universali, in campo etico, potrebbe essere questo: mantenere la parola
data è giusto, non farlo sbagliato. Non esistono, difatti, culture
che innalzino la menzogna a valore.
E' allora inutile parlare della civiltà occidentale come superiore,
se essa non mantiene le proprie premesse e promesse: essa si fonda sui
principi della libertà e dell’uguaglianza (se non ontologica,
almeno di fronte alla legge), vi sembra forse che queste premesse vengano
rispettate?