Ghettizzate dai loro concittadini, ma esistono anche voci critiche all’interno di Israele
Gli ebrei che odiano sé stessi

Vengono chiamati con sdegno “ebrei che odiano sé stessi” dai ferventi sionisti: i più noti sono il musicista Gilad Atzmon, l’intellettuale Israel Shamir (che agli occhi dei suoi detrattori ha l’aggravante di essersi convertito al cattolicesimo) e lo storico Norman Finkelstein (autore de L’industria dell’Olocausto). All’interno del microcosmo ebraico non sono le uniche voci critiche nei confronti delle politiche aggressive portate avanti dalle classi dirigenti di Tel Aviv con l’avvallo della maggioranza degli elettori. Famosi sono i rabbini ortodossi Naturei Karta (spettatori interessati al convegno sull’Olocausto organizzato a Teheran nel dicembre 2006, giacché considerano l’attuale presenza ebraica in Terra Santa un’empia anticipazione dei tempi biblici) e c’è pure l’organizzazione umanitaria B’tselem, ancorché intrisa di pacifismo buonista di maniera.
Giungono, però, dal campo cinematografico le novità più interessanti riguardo le voci critiche provenienti da Israele stessa: la pellicola Il giardino di limoni in particolare ha messo bene in evidenza le paranoie e l’ossessione per la difesa che attanagliano i residenti a Tel Aviv e dintorni, i quali con i loro muri segregazionisti vanno a sradicare quelle coltivazioni tradizionali (olivi e, appunto, limoni) che avevano garantito parte dell’autosufficienza alimentare della regione ben prima dei tanto decantati interventi di bonifica e di irrigazione attuati dai coloni dei Kibutz dopo la Nakba, interventi attuati incanalando e depredando le risorse idriche delle sempre più striminzite terre palestinesi. Questa coproduzione anglo-franco-israeliana non poteva certo avere campo libero, ci voleva qualcosa che la contrastasse e restituisse al popolo ebreo la sua tradizionale dimensione di vittima predestinata di qualsivoglia nequizia umana, sicché ecco nelle sale cinematografiche Il bambino con il pigiama a righe, il quale ripropone una storia ambientata in un campo di concentramento sposando quel punto di vista infantile che già tanto lustro aveva portato a Benigni. L’onda lunga di questa ennesima pellicola dedicata al dramma dei rituali 6milioni di ebrei (non uno di più, non uno di meno) è destinata ad avere un ritorno di fiamma (Nirenstein?) in concomitanza con l’evento principale del calendario della religione olocaustica occidentale, quel 27 gennaio ormai eletto momento fondativo del mondo libero e liberato: già vediamo intruppate nelle mattinee cinematografiche le scolaresche che non riescono a stare sui Treni della Memoria con destinazione Auschwitz. Un tanto anche per contrastare un’altra produzione critica del sionismo e dei suoi frutti, vale a dire l’animazione digitale Valzer con Bashir, lungometraggio già in concorso al Festival di Cannes 2008 e candidato sia al Golden Globe sia al Premio Oscar in qualità di miglior film straniero. L’opera tratta del percorso psicanalitico che conducono due reduci di Tsahal (uno dei quali è proprio il regista del film), i quali sono tormentati da un incubo ricorrente che riusciranno a sconfiggere solo dopo aver analizzato la propria esperienza in Libano, consumatasi proprio nel periodo in cui si compiva la mattanza di Sabra e Chatila, efferata e spietata rappresaglia compiuta dalle milizie maronite con l’avvallo sionista dopo l’attentato in cui aveva perso la vita il loro leader filoisraeliano Bashir Gemayel. La computer grafica ha permesso non solo di rendere alla perfezione l’atmosfera onirica che agita i due protagonisti, ma anche e soprattutto di ricostruire gli scenari dell’ancor impunita strage.
Benny Morris, autoproclamatosi storico ufficiale dello Stato di Israele, ha infine già additato al pubblico ludibrio il libro di Avraham Burg (già presidente dell’Agenzia ebraica e dell’Organizzazione sionista mondiale nonché portavoce del Parlamento di Tel Aviv) Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo ebraico (ed. Neri Pozza, Vicenza), il cui titolo originale (la traduzione è di Elena Loewenthal) è il ben più efficace The Holocaust is Over. L’autore revisiona il suo percorso intellettuale ponendosi sulla scia di Finkelstein, al quale si ricollega fin dalle prime pagine del volume, in cui parla di industria dell’Olocausto e definisce la “epidemia della Shoah”, intendendo così quel complesso di preconcetti e convinzioni che impregnano la società sionista contemporanea, sofferente di manie di persecuzione e certa di trovare giustificazione per qualunque sua efferatezza appigliandosi a quel che gli ebrei avrebbero sofferto nell’Europa conquistata da Hitler. Lo Stato che oggi si chiama Israele è diventato il contrario di quell’universalismo ebraico che sognavano i primi coloni ebraici in buona fede (Burg cita a tal proposito sua madre: “Questo Paese non è quello che abbiamo costruito. Nel 1948 avevamo fondato un Paese diverso, ma non so che fine abbia fatto”), i quali partirono verso l’ignoto suggestionati dalla propaganda degli epigoni di Theodor Herzl nonché atterriti dalle roboanti notizie provenienti dai campi di concentramento e invece andarono ad alterare la convivenza che la Palestina aveva raggiunto fra musulmani, ebrei e cristiani (spesso dimenticati, forse perché molti di loro sono fuggiti, ma anch’essi erano numerosi nella Palestina mandataria) prima che si cominciasse a blaterare di “focolare nazionale per il popolo ebraico”.