La sintesi di Federico II

“Stupor mundi”, “il genio tra gli imperatori tedeschi” (Nietzsche), “rex huius mundi” (denominazione che indicava anche il diavolo), “il primo europeo di mio gusto” (ancora Nietzsche), ma anche “uomo enigmatico predestinato alla vittoria e alla rovina” (sempre Nietzsche): in quanti modi è stato definito Federico II, personaggio di primissimo piano della storia europea?

Già la sua nascita ha un ché di meraviglioso: venne al mondo, infatti, il 26 dicembre 1194, praticamente a Natale, nel periodo del solstizio invernale che così tanti significati ha sempre rivestito come data simbolo del passaggio dall’era della tenebra a quella della luce, tanto da rivedere in lui quel “puer” preannunziato dalla celeberrima ecloga virgiliana. Nipote del Barbarossa e figlio dell’Imperatore Enrico II e di Costanza d’Altavilla, Federico ricevette dai propri avi domini che spaziavano dalla Germania all’Italia: trovatosi ben presto orfano, la sua educazione fu seguita dal Papa Innocenzo III, il quale temeva quest’esponente di casa Staufen che con le terre in suo possesso cingeva i domini territoriali della Chiesa. Il giovane Federico crebbe comunque nella fiorente città di Palermo, venendo in contatto con culture e suggestioni delle più disparate, le quali gli consentirono di interpretare con curiosità e nel migliore dei modi le varie sensibilità con cui venne in contatto nel corso della sua carriera politica.

Nato a Jesi e cresciuto a Palermo, Federico fu chiamato innanzitutto a ribadire le sue prerogative in terra tedesca, ove i principi avevano cercato di riacquistare autonomia al momento della morte di Enrico II. La nobiltà tedesca riconobbe il nuovo sovrano e venne integrata nell’ordine militare dei Cavalieri Teutonici, guidato da Ermanno di Salza, uomo sincero e di sicuro affidamento, legato tanto alla figura dell’Imperatore quanto a quella del Papa, poiché agli occhi suoi, come del resto a quelli di numerosi contemporanei, erano entrambe emanazione del potere divino in terra e solamente dalla loro concordia ne poteva derivare il benessere di tutta la comunità cristiana. La Germania in particolare attraversò una fase storica molto importante, in cui il diritto latino andò a innervare la tradizione germanica, ma anche lo spirito cristiano (prospera l’ordine Cistercense) giungeva a perfetta sintesi con le rimanenze pagane: è questa l’epoca in cui fioriscono i Minnesaenger ed elaborano le loro composizioni Vogelweide ed Eschenbach.

Ripristinata l’autorità oltralpe, Federico può dunque assurgere all’incoronazione imperiale che avvenne il 22 novembre 1220 per mano del Papa Onorio III. Il nuovo Imperatore concentrò quindi le sue attenzioni sulla Sicilia e l’Italia: i castelli sparsi per la penisola a vanto e protezione dei signori feudali vennero contestualizzati in un sistema difensivo che rispondeva all’autorità imperiale, Pisa e Genova si videro confiscare porti e scali commerciali che vennero gestiti direttamente dallo Stato onde assicurare l’inaccessibilità all’Impero anche via mare e nell’entroterra siciliano vennero sconfitti quei Saraceni che compivano scorrerie partendo dalle aspre regioni montuose e per maggiore sicurezza vennero trasferiti nei pressi di Lucera, ove venne fondata una vera e propria colonia. Pacificato e reso sicuro inquesto modo lo Stato, Federico si impegnò quindi nel fornirgli una classe dirigente capace e preparata: già esisteva l’Università di Medicina a Salerno, sorse quindi nel 1224 l’Università di Napoli che ancor oggi reca il nome dello Staufen ed in cui sarebbero stati formati i futuri amministratori pubblici.

Il Papa però premeva affinché l’Imperatore si adoperasse nella Crociata, al fine di riconquistare la Terra Santa, nonostante le città lombarde, capeggiate da Milano, continuassero a dare del filo da torcere all’autorità imperiale. Alla fine Federico giurò che sarebbe partito entro il 1227 e in effetti ad agosto si concentrò un immenso esercito a Brindisi ed enorme fu anche l’afflusso di pellegrini che volevano assistere all’evento o addirittura imbarcarsi alla volta della Palestina, sicché la carenza di approvvigionamenti ed il caldo torrido fecero scoppiare una pestilenza che decimò le schiere di militi e devoti e costrinse lo Staufen a procrastinare la partenza. Papa Gregorio IX non volle sentire ragioni e scomunicò l’Imperatore che era venuto meno al proprio giuramento e fu costretto l’anno dopo a partire. Ed è proprio nel modo in cui seppe gestire tale spedizione che possiamo apprezzare le qualità del personaggio in questione, il quale giunse sì con una forte armata in Medio Oriente, ma si adoperò immediatamente per avviare trattative con l’Emiro Fahr-Ed-Din ed il Sultano Al-Kamil. Per via diplomatica e senza colpo ferire ottenne quindi Nazareth e Gerusalemme, anche se priva della Moschea di Omar e del Tempio di Salomone, cui comunque garantì il libero accesso ai cristiani, così come ai musulmani era consentito accedere a Betlemme. E così nel “buio” Medioevo la diplomazia ed il reciproco rispetto erano in grado di dirimere controversie che in precedenza avevano dissanguato le parti in causa: un buon esempio per coloro i quali oggi nei medesimi scenari parlano di inevitabile contrasto di civiltà. La formazione intellettuale di Federico, aperta, improntata alla curiosità ed al rispetto, fu decisiva in questo frangente: le sue doti di mediatore gli fecero guadagnare l’epiteto di Malik-Al-Amirum, Re degli Emiri, laddove colui il quale oggi si atteggia ad arbitro delle dispute internazionali si merita da una parte in causa l’epiteto di Grande Satana. L’atteggiamento aperto e conciliante nei confronti dell’interlocutore da parte dell’Imperatore venne però visto di cattivo occhio in Europa, tanto che il Papa lo accusò di avere acquisito i costumi saraceni ed i Templari prepararono un complotto a suo danno che venne sventato grazie all’intervento del sultano Al-Kamil, grande amico di Federico. Altra conoscenza leggendaria che lo Staufen fece in queste contrade fu quella con il Vecchio della Montagna, il capo della setta degli Assassini, con il quale si dice che intrattenne fino alla morte un intenso rapporto epistolare fondato sul rispetto per le reciproche immense conoscenze culturali. Il 17 marzo 1229 Federico concluse nel migliore dei modi la sua avventura in Palestina entrando trionfalmente in Gerusalemme e quindi incoronandosi Re di Gerusalemme senza la mediazione pontificia, stabilendo quindi un legame diretto con Dio.

Rientrato in Europa, Federico si dedicò al consolidamento dei suoi possedimenti secondo il motto latino della pax et iustitia: si rifece al primo Imperatore romano nell’applicare una nuova Pax Augustea, ma ebbe Giustiniano ed il suo corpus iuris a modello quando nel 1231 emise le Costituzioni di Melfi che dovevano riordinare la caotica giurisprudenza vigente nei suoi domini. Con gran dispetto del Papa, venne data una soluzione di diritto anche agli Ebrei presenti nell’Impero, i quali dovevano sì abbigliarsi in maniera differente per non confondersi fra i cristiani, ma venivano riconosciuti come sudditi e quindi sottoposto alle leggi imperiali, molto più garantiste nei loro confronti rispetto a quelle ecclesiastiche. L’obiettivo di Federico era quello di governare in armonia con il Papa, del quale avvertiva e rispettava la sacralità, ma riteneva che entrambi fossero vicari di Dio (è la medesima concezione che sta alla base del Monarchia di Dante), però il suo atteggiamento cozzava con le posizioni di Roma, le quali predicavano la superiorità indiscussa del Papa. Inevitabilmente Federico incappò in una nuova scomunica poiché i suoi atteggiamenti e le sue considerazioni gli procurarono la fama di anticristo e venivano meno rispetto ai suoi doveri di difensore del Papa. Non deponevano certo a suo favore, inoltre, i motti arguti che era solito dire: ad esempio, giunto in Palestina affermò, vedendone l’aridità e l’arretratezza, che la vera Terra Santa era l’ubertosa Sicilia, oppure non disdegnava, al culmine delle sue conquiste, di farsi chiamare dominus mundi, che era però anche uno degli epiteti del diavolo. Il tutto in un contesto in cui i flagellanti percorrevano l’Europa proclamando per il 1260 l’avvento dell’Anticristo ed il nuovo Papa Innocenzo IV esortava i comuni lombardi a rialzare la testa dopo la sconfitta di Corte Nuova del 1237, in cui Federico aveva vinto grazie non solo alla leggendaria cavalleria pesante tedesca, ma anche, con gran costernazione della cristianità, con l’ausilio di arcieri saraceni. Benché costretto a confrontarsi continuamente con le bellicose città lombarde (Milano, Brescia e, a tratti, Piacenza furono quelle che più gli dettero filo da torcere), Federico non trascurò mai la sua grande passione per la caccia, passione che era suffragata da una immensa cultura in materia di cui è testimonianza il suo trattato De arte venandi cum avibus, all’interno del quale troviamo non solo nozioni di caccia col falcone, ma anche studi e considerazioni di ornitologia di tutto rispetto e che, suffragate dall’esperienza diretta, mettono in discussione addirittura considerazioni in materia animale fatte da Aristotele.

Uomo di immensa cultura, ma anche curioso di conoscere il mondo attorno a sé, Federico apprese con entusiasmo le notizie che annunciavano il Gran Khan imperversare nelle steppe d’Eurasia: gli Ebrei vi vedevano il ritorno di Re David (evento previsto per l’anno 5000 della cronologia ebraica e che veniva a cadere proprio in quel periodo); altri vi vedevano il mitico Prete Gianni ovvero il capo dell’Ordine di Melchisedec, il re sacerdote; Federico vi scorse un personaggio affascinante di cui avrebbe voluto fare la conoscenza per arricchirsi culturalmente. Un uomo dalla mente così aperta e sensibile alle novità ed al confronto verrebbe da definirlo un precursore, ma non è così: Federico è figlio dei suoi tempi, il figlio più completo che quell’epoca potesse dare, il suggello della sintesi medioevale, il figlio del bacino del Mediterraneo su cui popoli tedeschi, latini e arabi si erano incontrati, scontrati e condensati. Federico, che si fantasticava avesse avuto fra i suoi precettori anche un Imam della comunità araba palermitana, rappresenta alla perfezione la comunitas medioevale, una comunitas in cui l’Europa che noi oggi conosciamo affonda le sue radici, in cui una dimensione imperiale contiene e rispetta i primi nuclei nazionali, in cui il sovrano è illuminato non solo perché riempie la sua corte di filosofi e pensatori, ma poiché è lui per primo uomo di cultura e di filosofia, capace di selezionare la sua classe dirigente ma saggio nell’assumere responsabilmente la decisione finale. Ciò che stona nel contesto è forse un Chiesa cristiana troppo secolarizzata, per la quale Gioacchino da Fiore aveva preannunziato l’avvento di un moralizzatore e in effetti è l’epoca della predicazione di San Francesco d’Assisi, che leggenda vuole si sia anche incontrato e confrontato da un punto di vista dialettico con Federico Imperatore. Di ben altro tenore era il confronto che opponeva però Papa e Imperatore, giacché il Concilio di Lione del 1245 depose dal rango di Imperatore lo Staufen con le accuse di “spergiuro, rottura della pace, sacrilegio ed eresia”, cui Federico replicò affermando di non voler più essere incudine bensì martello. L’Imperatore raccolse le sue truppe e si preparò a valicare le Alpi occidentali per cingere d’assedio Lione ove si trovava il Pontefice (già nel 1240 era stato in procinto di marciare su Roma per costringere il Papa a ritirare la scomunica), ma venne rallentato dall’ennesima rivolta in val padana e mentre si attardava morì a Castel Fiorentino il 12 dicembre 1250, rispettando quindi l’oracolo che gli aveva profetizzato una morte “sub fiore”, motivo per cui aveva sempre girato alla larga da Firenze.

Fin nella morte Federico dimostrò la sua grandezza e come avesse assimilato in sé le più importanti correnti religiose dell’epoca: il suo sepolcro a Palermo, la città in cui crebbe, era sorretto da quattro leoni (simbolo imperiale) ed era adornato da una chiara iconografia pagana, sul coperchio vi erano i simboli dei quattro evangelisti e l’immagine del Cristo pantocratore, la sua salma venne avvolta in una veste di foggia araba decorata da raffigurazioni esotiche e da simboli del governo del mondo. Finisce l’uomo, inizia la leggenda, in special modo in Germania, ove l’Imperatore soggiornò poco, ma a livello popolare era ben presente, sicché al momento del suo trapasso ebbe, come il nonno Barbarossa, la fama di “morto non morto” che attendeva di manifestarsi nuovamente alla testa dei suoi cavalieri per riportare l’età dell’Oro alla fine dei tempi. Un vaticinio inoltre gli aveva profetizzato una vita lunga 267 anni: ebbene, è curioso vedere che proprio 267 anni dopo la sua dipartita, la Germania venne scossa dalla Riforma protestante, evento che segnò la fine della comunitas medioevale e l’inizio dell’epoca moderna.

Cosa c’è di attuale nella vita di Federico II per l’Europa di oggi? Tutto e niente. Tutto perché la sterminata preparazione culturale, il rispetto per le tradizioni e le religioni altrui, la capacità diplomatica e la saggezza nel rapportarsi con i poteri a lui più vicini ne fanno un esempio per un’epoca come la nostra in cui tecnocrati e lobby economiche indirizzano i reggitori del potere politico verso guerre infinite ed un progresso cieco e senza scrupoli. Niente perché questo mondo vede le sue radici nell’epoca dei Lumi (in cui nasce la Costituzione statunitense e cui si rifà esplicitamente la discussa Costituzione europea) e non vuole andare più fondo, non vuole andare alle sue radici profonde e ai momenti di convivenza e di tolleranza, vuole vedere come suo mito fondante gli Stati nazionali in guerra fra di loro, non la sintesi imperiale.