L’attuale operazione militare sionista in Palestina ha, apparentemente, fatto registrare un sostanziale immobilismo internazionale dei potenziali paesi vicini alla causa palestinese. Di fatto, nessun paese, se escludiamo il Venezuela chavista ha preso una posizione radicale a favore del popolo di Gaza, aggredito dalle armate criminali sioniste. Ma questo è vero solo in apparenza. Le reazioni ci sono state, anche se nascoste dietro i clichè della diplomazia internazionale.
La presa di posizione russa
Intrappolata tra l’imbroglio ucraino del gas e l’aspettativa delle nuove strategie dell’amministrazione Obama, la Russia ha le sue belle gatte da pelare. Ma il ruolo di grande potenza passa anche attraverso la presenza del Cremlino nello scacchiere mediorientale. I decennali ottimi rapporti con il regime baathista siriano, a cui è costante la vendita di armi e l’appoggio nelle rivendicazioni territoriali della Alture del Golan, e i floridi rapporti con la Repubblica Islamica dell’Iran, assieme alla quale Mosca sta lavorando sul programma nucleare, oltre che la fornitura del sistema per la difesa aerea S-300 (anche se smentita da fonti militari russe), fanno della Russia un attore fondamentale nell’area.
La Russia è entrata nel conflitto solo con una dichiarazione, formale e diplomatica, che nulla avrebbe da spiegare se negli scontri fossero coinvolte due nazioni sovrane. Ma questo non è il caso dell’attuale guerra. Da una parte c’è uno stato riconosciuto a livello internazionale (anche se, personalmente, lo ritengo illegittimo), dall’altra un movimento politico, che praticamente nessun paese occidentale riconosce nemmeno come interlocutore, figuriamoci come legittimo rappresentate del Popolo di Gaza. Di fatto, quindi, la dichiarazione russa dimostra come Mosca riconosca in Hamas un interlocutore legittimo nel contesto palestinese, segnando una rottura rispetto all’isolamento internazionale in cui era caduta Gaza e il movimento guidato da Khaled Meshaal, anche da un punto di vista ufficiale.
Inoltre la Russia si trova ad affrontare anche l’insostenibile contrapposizione della c.d. “nuova Europa”, i paesi dell’Est Europa che, in seguito all’allargamento ad est della Nato, ora rappresentano gli alfieri prediletti delle strategie neo-cons, che sembrano essere compatibili anche con la presidenza democratica di Obama. La Repubblica Ceca, per la prima volta presidente del consiglio d’Europa, ha, ad esempio, assunto una radicale posizione filo-sionista, oserei dire “più realista del re”. Anche in opposizione a queste realtà (Rep.Ceca, Polonia, Ucraina, Georgia…) la Russia potrebbe essere “ingolosita” da una posizione filo-palestinese più pragmatica.
Il risveglio del mondo arabo
Tradito da classi dirigenti corrotte, il popolo arabo o islamico è sceso nelle piazze di praticamente tutti i paesi del dar al islam, per protestare contro l’aggressione sionista. Da Islamabad ad Algeri, da Il Cairo ad Amman la protesta dei militanti pro-palestinesi ha avuto risvolti anche in politica interna e nelle logiche tutte interne al mondo arabo. La protesta era rivolta anche verso i governi, rei di isolare politicamente i palestinesi per favorire una distensione verso Israele, e verso il tradimento egiziano, accusato di agevolare lo sterminio della popolazione palestinese. Se le proteste dovessero continuare, magari avulse dal contesto di condanna del terrorismo sionista, ecco che nel mondo arabo potremmo vedere un notevole sconvolgimento dei rapporti di forza, magari con l’inserimento prepotente dei Fratelli Musulmani o di associazioni politiche similari.
L’Egitto, in particolare, potrebbe subire un duro colpo nel caso l’azione sionista non raggiungesse gli obiettivi desiderati. Tra le proposte dell’Entità Sionista, la più moderata chiamava in campo anche l’Egitto e la susseguente cessazione della sovranità su Gaza a favore dello Stato dei Faraoni, con la Cisgiordania ceduta alla Giordania, in modo da far di Israele uno stato liberato dall’incombenza dei palestinesi, confinante con due stati debitori, anche se non completo secondo le istanze talmudiche e sioniste, che auspicano un’Israele dal Nilo all’Eufrate. Una soluzione moderata, ma forse la più comoda per l’esecutivo di Tel Aviv e allo stesso tempo la più scomoda per il governo del Cairo, che avrebbe grossa difficoltà a giustificare una scelta del genere al suo popolo. Ma l’avventurismo delle classi dirigenti arabe corrotte e il vasto sistema repressivo, addestrato dallo stesso Mossad, spingono il più delle volte questi politici a tradire il loro popolo.
Paese fulcro dell’area e storico alleato geo-economico di Israele e della Nato è la Turchia. Il paese si trova però in una posizione difficile dopo che sono andati per il meglio gli accordi economici e commerciali (oltre che militari) tra Grecia e Russia, che pare abbiano scatenato le rivolte trozkyste e anarchiche finanziate dal magnate Soros. La Turchia, tagliata fuori da un possibile accordo preferenziale con la Russia, ha deciso di giocare un ruolo di mediazione, ribaltando la classica politica filo-israeliana, per assumerne una posizione moderatamente filo-palestinese, quindi pan-islamica, condannando duramente l’attacco sionista, per voce dello stesso primo ministro Erdogan, che di li a poco a raggiunto Amman e Damasco per colloqui anche con il leader di Hamas, Meshaal.
Si rafforza l’asse Venezuela-Iran e il ruolo di Hezbollah
In molti hanno voluto nell’attacco di Israele a Gaza, come già fu per la guerra in Libano del 2006, una prova generale per l’attacco all’Iran “nucleare” oltre che la sperimentazione di nuove armi distruttive e mortali. Naturalmente armi non convenzionali, illegali: il famigerato fosforo bianco.
L’interpretazione mi pare un po’ forzata, essendo l’azione “piombo fuso” un modo per mettere fine al “problema Hamas” e accelerare la “soluzione finale” del popolo palestinese, ma è indubbio che Hezbollah e Iran debbano seguire con estrema attenzione ciò che succede a Gaza.
Le dichiarazioni del “famigerato terrorista” Ilich Ramirez Sanchez Carlos, rilasciate durante un’intervista su internet, hanno messo in luce i proficui rapporti tra palestinesi e Iran (in questi giorni è segnalata in viaggio verso Gaza una nave iraniana di aiuti alla popolazione) e hanno legato la strategia di Hamas a quella del Partito di Dio libanese, cioè il ricorrere ad una “strategia vietnamita” di guerriglia.
Il segretario di Hezbollah Nasrallah e il presidente iraniano Ahmadinejad hanno rilasciato dichiarazioni radicali contro Israele, ma allo stesso tempo hanno vietato, o comunque non hanno agevolato, l’invio di volontari decisi a combattere Israele. Come si può spiegare questa posizione apparentemente ambigua?
Punto primo: Hamas non ha mai reclamato combattenti da altri paesi arabi o musulmani, facendone una questione palestinese, tanto che, per voce dei suoi dirigenti, ha sempre affermato di avere a disposizione migliaia di volontari palestinesi. Punto secondo: la guerriglia predisposta da Hamas contro l’invasore prevede una raffinata conoscenza del territorio e del campo di battaglia, cioè della minuscola striscia di Gaza, per evitare imbottigliamenti pericolosi e dannosi. Punto terzo: i leader iraniano e libanese, sono all’opposto dell’improvvisazione farsesca e drammatica degli omologhi degli altri paesi arabi e musulmani, sono leader attenti, pragmatici e intelligenti, seguiti da una stregua di consiglieri politici e militari, e ben sanno che l’invio di truppe volontarie in Palestina, avrebbe offerto il fianco a Israele, Stati Uniti e loro alleati, per attaccare Iran e Libano e creare, quindi, una vera e propria guerra totale, contro l’”asse del male”, liquidando le residue speranze di sovranità e libertà di quei popoli.
Ma il vero appoggio alla causa giunge da lontano, precisamente da Caracas, Venezuela, da dove il presidente Chavez ha espulso l’ambasciatore israeliano per protestare, duramente, contro la politica criminale di Tel Aviv. Chavez non è nuovo a simili azioni, dato che espulse l’ambasciatore anche durante la guerra in Libano.
Chavez si dimostra politico coraggioso e intelligente, capace di usare ideologia e pragmatismo con le giuste dosi, e con queste capacità la possibilità che la sua scelta politica e il suo tentativo di integrazione sudamericana e di alleanza con le potenze “ribelli” vada a buon fine è alta.