Dopo le tumultuose giornate di febbraio seguenti alla proclamazione unilaterale
d’indipendenza e agli incidenti di marzo a Kosovska Mitrovica, sembra
essere calato il silenzio mediatico sulle vicende del Kosovo. Eppure proprio
le recenti elezioni in Serbia hanno visto lo status della Provincia autonoma
al centro del dibattito politico a Belgrado e dintorni. L’associazione
culturale Strade d’Europa ha quindi deciso di analizzare la situazione
svolgendo sabato 24 maggio presso la sala Risto Skuljevic della Comunità
Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste il convegno dal titolo “La
lotta per il Kosovo. Sovranità e geopolitica nel cuore dell’Europa”:
l’iniziativa godeva del contributo dell’Ente Regionale per
il Diritto allo Studio Universitario di Trieste, del patrocinio del Coordinamento
Progetto Eurasia (www.cpeurasia.org), rientrava nell’ambito dei
seminari 2007/2008 promossi da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”
(www.eurasia-rivista.org) ed è stata svolta con la collaborazione
del Consolato Generale di Trieste della Repubblica di Serbia. Alla presenza
del nuovo Console Generale e introdotti dal Presidente dell’associazione
Strade d’Europa Marco Bagozzi e del Presidente della Comunità
Religiosa Serbo-Ortodossa Bogoljub Stojicevic, Stefano Pilotto, docente
di Storia dei Trattati e Politica Internazionale presso l’ateneo
triestino, e Stefano Vernole, redattore di “Eurasia. Rivista di
studi geopolitici”, hanno quindi analizzato quel che sta succedendo
a poche centinaia di kilometri da casa nostra.
Davanti a un folto pubblico, costituito sia da serbi sia da italiani,
Pilotto ha innanzitutto tracciato una rapida storia della Serbia, dimostrando
come questo Paese sia stato il cardine dell’Europa nei Balcani fin
dalle invasioni ottomane (basti pensare alla leggendaria battaglia di
Kosovo Polje del 1389 appunto) e come la sua anima e la sua coscienza
siano profondamente radicate in Kosovo e Metohija: è questo, in
effetti, il nome completo della martoriata regione, laddove Metohija significa
“patrimonio della Chiesa” e Pec è stato appunto il
cuore della spiritualità serba. Prova ne sono i monasteri che punteggiano
quelle terre, o meglio, quel che ne rimane, poiché la furia dei
separatisti albanesi ha molto spesso colpito questi luoghi che sono patrimonio
dell’Unesco, ma che le forze armate della missione Kfor raramente
hanno protetto con efficacia (eccezion fatta per il contingente italiano
e per l’opera compiuta dal Generale Fabio Mini allorché si
è trovato ai vertici della struttura). Nel 1999 una poderosa montatura
mediatica ha creato un’emergenza umanitaria in Kosovo, sicché
la Jugoslavia si è trovata per tre mesi sotto le bombe della Nato,
nell’ambito di un’operazione militare che non aveva avuto
neppure l’avvallo delle Nazioni Unite, le quali intervennero soltanto
in seguito alla Pace di Kumanovo con la Risoluzione 1244 che riguardava
lo status della regione contesa. Veniva pertanto riconosciuta la specificità
della Provincia (abitata in maggioranza da albanesi), ma parimenti si
garantiva l’integrità della Jugoslavia. La proclamazione
unilaterale d’indipendenza ed il suo affrettato riconoscimento da
parte di molti Stati (USA in primis e purtroppo anche l’Italia)
non hanno pertanto alcun appiglio giuridico, anzi, introducono un pericoloso
precedente nel Diritto Internazionale, il quale si basa per definizione
sulla consuetudine.
Le motivazioni che soggiacciono a questa situazione sono state ben evidenziate
da Vernole, il quale non solo è un attento osservatore della realtà
serba, ma ha anche avuto modo di vedere da vicino la realtà delle
enclavi in cui la comunità serba è segregata nel Kosovo,
e la realtà di Camp Bondsteel, la più grande base militare
americana in Europa che si trova appunto sul territorio di Pristina. Da
un punto di vista geopolitico, la regione è al centro degli interessi
americani, ma anche di quelli russi, nell’ambito dei differenti
progetti di oleodotti e gasdotti che dovrebbero garantire all’Europa
attraverso i Balcani l’approvvigionamento energetico. Se nel 1999
la Russia di Eltsin era ancora indebolita dalle privatizzazioni selvagge
ed incapace di proiettare una politica estera significativa, adesso, invece,
Putin e il suo delfino Medvedev hanno rispolverato la secolare fratellanza
fra il popolo serbo e quello russo ed ora sono strenui sostenitori delle
ragioni di Belgrado a fronte di una strategia atlantista che si basa sulla
dissoluzione degli Stati e soffia sul fuoco dei particolarismi e dei separatismi.
Le attuali consultazioni per la formazione del nuovo governo, inoltre,
sono molto interessanti. Se è vero che gli europeisti di Tadic
hanno conseguito la maggioranza relativa, è altrettanto vero che
numeri alla mano è ben più probabile la formazione di una
maggioranza assoluta (e quindi capace di governare) imperniata su radicali,
nazionalisti del Partito Democratico dell’ex premier Kostunica,
socialisti e deputati musulmani del Sangiaccato: proprio il partito socialista
(al cui interno sono confluiti alcuni movimenti minori) che fu di Slobodan
Milosevic costituisce l’ago della bilancia ed è corteggiato
anche dai filoamericani. Su tale versante i giochi sono ancora aperti,
d’altro canto sono molti i separatismi pronti a seguire l’esempio
kosovaro: i baschi in Spagna, gli ungheresi in Romania, ma ancora nella
ex Jugoslavia troviamo gli albanesi della Macedonia e della valle di Presevo
pronti a farsi avanti, c’è anche la Repubblica Serba di Bosnia,
la quale a questo punto potrebbe a buon diritto chiedere l’indipendenza,
e sembrerebbe esserci la longa manus del miliardario Soros dietro le istanze
separatiste della Vojvodina, la provincia autonoma della Serbia a stragrande
maggioranza ungherese.
Da questo frastagliato scenario sono emersi molteplici spunti per animare
il conseguente, ampio e appassionato dibattito, il quale ha evidenziato
le pesanti responsabilità italiane, incarnate in particolare nella
figura di Massimo D’Alema, capo del Governo che nel 1999 prese parte
attiva e non solo come supporto logistico all’aggressione alla Jugoslavia
ed ora è stato il Ministro degli Esteri che ha improvvidamente
riconosciuto Pristina indipendente. Non di meno la situazione è
tributaria della gestione dei nazionalismi esercitata da Tito all’interno
della Jugoslavia, particolarmente in funzione antiserba, come già
si poteva immaginare ai tempi della guerra partigiana vista la contrapposizione
frontale fra partigiani comunisti e nazionalisti cetnici. La chiave di
lettura religiosa è stata invece rivista e corretta, giacché
stanno sicuramente spuntando moschee e tombe islamiche al fine di stravolgere
il paesaggio tradizionale del Kosovo, ma stupisce apprendere che gli USA,
i quali si presentano paladini della lotta all’integralismo islamico,
abbiano riconosciuto in fretta e furia uno Stato palesemente islamico
proprio nel cuore dell’Europa e contestualmente soltanto 4 Paesi
dei 50 che fanno parte della Conferenza islamica abbiano fatto altrettanto:
è inquietante considerare che siffatte scelte abbiano qualche attinenza
con il traffico internazionale di eroina (quell’eroina la cui produzione
i Talebani avevano sostanzialmente sradicato ed ora nell’Afghanistan
liberato ha ripreso a pieno regime), il quale ha in Kosovo proprio uno
dei suoi snodi principali.
L’opposizione russa e cinese è forte, difficilmente le diplomazie
occidentali torneranno sui loro passi, i Balcani sono di nuovo al centro
della ribalta internazionale: la lotta per il Kosovo è ancora aperta.