Lotta di classe: più d’attualità oggi che nei sessanta

Luca Cordero di Montezemolo, quando ha applaudito la scelta del Partito Democratico di Walter Veltroni di candidare nelle sue liste Massimo Calearo e Matteo Colaninno, non ha fatto una scelta di campo, anzi ha caldeggiato che “vadano in Parlamento persone che rappresentano la cultura d’impresa” e ha affermato di aspettarsi che anche Il PDL faccia la sua parte in tal senso. Si tratta di mostrarsi super partes con lo scopo di difendere soltanto i propri interessi, di essere i veri vincitori a prescindere dal verdetto delle urne. Si tratta di tattica efficace che storicamente la FIAT ha sempre attuato con successo: si pensi all’Agnelli antifascista nel dopoguerra che, incalzato sulle sue precedenti simpatie per il regime mussoliniano affermò “noi siamo sempre, per definizione, filogovernativi”. La stessa strategia il presunto nobile la applica non più a una sola azienda, ma a tutta Confindustria, superando così il proprio maestro tanto che, rovesciando i termini, si può dire che un governo può sussistere solo essendo vicino agli industriali: quando Berlusconi accusa Veltroni di copiarlo in fondo scopre soltanto l’acqua calda.
Rispondendo alle critiche arrivate dai partiti a sinistra del PD, Colaninno ha affermato che è assurdo continuare a pensare in una logica da lotta di classe e che bisogna lavorare tutti insieme in un mondo globale dove la vera competizione non è “tra le imprese, ma tra interi sistemi produttivi”. E’ troppo comodo. Per poter ragionare nel modo che egli suggerisce si dovrebbe poter individuare i confini del sistema produttivo di cui si fa parte (nazionale? europeo?) e tutti gli attori interessati, dagli imprenditori agli amministratori, dai manager ai dipendenti, dovrebbero averne coscienza. Nulla di più lontano dalla situazione attuale. Coloro i quali denunciarono, in tempi non sospetti, i rischi intrinseci al mondialismo prima e al globalismo più tardi, avevano previsto anche i problemi legati alla competizione senza confini che oggi tanto spaventa Colaninno. Negli anni sessanta e settanta, quando la critica al mondialismo partì da ambienti di destra, non venne accettata a sinistra perché contraria alla dottrina internazionalista e chiunque la fece sua fu accusato di essere un fascista. Molti anni dopo a sinistra si capì l’antifona ma troppo spesso, pur di non dar ragione agli odiosi fasci, si ribattezzò il mondialismo come globalizzazione. D’altra parte negli ambienti più radicali del neofascismo italiano degli anni sessanta e settanta si rifiutava l’internazionalismo della sinistra, ma se ne condivideva la richiesta di giustizia sociale: la lotta di classe non è altro che un mezzo (secondo il marxismo l’unico mezzo) per raggiungere tale scopo. Quello che è successo negli ultimi trent’anni ha reso anacronistiche tali distinzioni, in quanto viviamo in una società sempre più multietnica dove il lavoratore autoctono che fa fatica ad arrivare a fine mese si trova sulla stessa barca col collega immigrato e non certo col datore del lavoro. D’altra parte la giustizia sociale è un obiettivo molto più lontano oggi che trent’anni fa, visto l’allargamento della famosa forbice tra le possibilità economiche della parte più doviziosa della popolazione e quella base di nuovi poveri che va via via allargandosi.
La lotta di classe, in definitiva, andrebbe riportata d’attualità, e subito. E’ vero che la sinistra l’ha persa di vista, ha smesso di combatterla, anche e soprattutto per l’indolenza del sindacato, il problema è che chi non ha mai smesso di sferrare i propri attacchi sono stati proprio gli imprenditori e la mossa di Calearo e Colaninno è da interpretare proprio entro questa strategia.
Non si tratta di rifiutare l’idea di merito o pretendere di inseguire il sogno della perfetta uguaglianza nella politica ridistribuiva, le differenze economiche non serve annullarle, ma si deve assolutamente limitarne gli eccessi, difendendo gli interessi dei lavoratori almeno fino a quando questi saranno ancora sotto attacco.