Nell’ambito della collaborazione del filosofo di Treviri con il New York Tribune
Nel 1857 comparvero il 9 gennaio ed il 4 agosto sul “New York Daily Tribune” due articoli a firma di Karl Marx dedicati all’analisi della città di Trieste e alle sue possibilità di sviluppo. In effetti il pensatore di Treviri dal 1852 al 1861 collaborò col quotidiano statunitense in qualità di osservatore e commentatore della situazione politica ed economica del Vecchio Continente, un ambito in cui la città di Trieste era all’epoca uno dei punti di riferimento del commercio marittimo.
Come ben analizza Marx, chiave di volta per la trasformazione del piccolo borgo di pescatori che, geloso delle sue autonomie messe a repentaglio dalla Repubblica di Venezia aveva scelto di effettuare nel 1382 una dedizione all’Austria, fu la creazione del Porto Franco. Nonostante più volte il Ducato di Carniola avesse proposto alle classi dirigenti triestine di sedere nella dieta di Lubjana, la cittadina rivendicò sempre il suo legame diretto con l’Austria senza alcuna mediazione, tanto da meritarsi l’appellativo di “Urbs fidelissima”. Tanta devozione venne infine premiata nel 1719, allorché l’Imperatore Carlo VI stabilì l’istituzione del Porto Franco, privilegio concesso pure a Fiume nel 1724: lo sviluppo vero e proprio avvenne, però, nel corso dell’impero “illuminato” di Maria Teresa (1740-1780), la quale avviò l’interramento delle saline al fine di edificare su quell’area bonificata i magazzini ed i palazzi che costituiranno appunto il Borgo Teresiano, laddove sarà suo figlio Giuseppe II ad ampliare la città all’esterno della vecchia cinta muraria medioevale (abbattuta ed oggi visibile solo in qualche sparuto rimasuglio) andando a costruire il Borgo Giuseppino. In questo modo ai benefici legislativi si affiancavano le indispensabili infrastrutture che avrebbero portato in auge il principale porto dell’Impero d’Austria, passato nel corso del Settecento da 5.000 a 40.000 abitanti.
Marx osserva nei suddetti articoli come l’annessione di Venezia all’Austria pianificata dall’intraprendente Napoleone Bonaparte in seguito alla pace di Campoformido (1797), segnò il passaggio delle consegne fra la decadente Repubblica di San Marco ed il nascente porto giuliano, il quale nell’epoca della Restaurazione avviò fruttuose rotte mercantili con Turchia ed Egitto in diretta concorrenza con le flotte inglesi. Dopo che nel 1831 erano nate le Assicurazioni Generali, nel 1836 prese il largo il Lloyd Austriaco, nel 1838 comparve la Riunione Adriatica di Sicurtà ed infine nel 1842 la Cassa di Risparmio di Trieste, vale a dire quelle strutture imprenditoriali e finanziarie necessarie allo sviluppo ed al coordinamento delle attività portuali. Altro fattore di sviluppo nell’ottica marxiana risultò il fatto che “Venezia era la città delle memorie; Trieste aveva, al pari degli Stati Uniti, il vantaggio di non possedere un passato. Popolata di commercianti e speculatori italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni, ebrei in variopinta miscela, non piegava sotto le tradizioni”. In questo crogiuolo così composito, in effetti, l’italianità cittadina era ancora di là dal definirsi come fenomeno di massa, tanto è vero che quando il 23 marzo 1848 la borghesia italiana aveva auspicato la proclamazione di una Repubblica triestina sull’esempio di quanto stava succedendo a Venezia, il governatore austriaco ebbe gioco facile nel raccogliere le maestranze del porto agitando lo spauracchio di una sottomissione di Trieste a una rinascita veneziana con conseguente perdita di prosperità ed indirizzarle quindi contro la fiaccolata patriottica promossa dai liberali di sentimenti italiani (raccoltisi negli anni precedenti attorno al giornale “La Favilla”). Subito dopo, alle classi dirigenti triestine toccò peraltro rinverdire il legame diretto con l’Imperatore come motivazione del rifiuto di designare i rappresentanti cittadini in seno alla Dieta di Francoforte, la quale di lì a poco sarebbe stata definita “un ritrovo di salumai e mercanti” dal re di Prussia che si era visto offrire la corona imperiale.
In particolare il colpo di grazia alla prosperità veneziana (la quale continuava ad essere funzionale ai consolidati traffici con il decadente Impero Ottomano) giunse dalla sinergia avviatasi fra Trieste e Odessa, terminale delle eccedenze cerealicole della Russia zarista, le quali sarebbero giunte al cuore dell’Europa proprio attraverso il Porto Franco giuliano, senza dimenticare che “il prosperare di Trieste sorge dallo sviluppo delle energie produttive e dei trasporti in quel gran complesso di paesi che sta nel dominio d’Austria”. Oltre alle potenzialità del retroterra non solo come mercato, ma anche come fonte di merci da esportare (la rete ferroviaria comincia a svilupparsi proprio nel 1857), a Marx non sfuggono neppure le prospettive che scaturiranno dall’apertura del Canale di Suez, il cui progetto era già avviato e sarebbe stato poi inaugurato una dozzina d’anni dopo. La Camera di Commercio di Trieste non solo partecipava alla Società francese per il Canale di Suez, ma aveva già inviato suoi emissari nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, al fine di preparare le nuove rotte e di identificare gli scali migliori, sicché al taglio dell’istmo erano già delineate le tratte che avrebbero redditiziamente collegato l’Impero asburgico con l’Estremo Oriente.