Perchè la meritocrazia fa paura?

Il dibattito sulla meritocrazia è uno dei tanti che si riaprono ciclicamente, senza che nulla cambi mai per davvero: il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta con la sua recente dichiarazione di guerra ai fannulloni e ai sindacati che li proteggerebbero sembra averlo riaperto per l’ennesima volta. Il numero uno della CGIL Guglielmo Epifani, però, ha da tempo nel ritornello sulla meritocrazia uno dei suoi cavalli di battaglia e difatti, forse sforzandosi per trattenere il fastidio, piuttosto che difendersi dalle accuse ricevute dal sindacato, ha preferito dirsi d’accordo sull'introduzione della meritocrazia nella pubblica amministrazione, purchè i criteri di scelta siano "oggettivi e trasparenti".

Con un tempismo perfetto è uscito per Garzanti il libro Meritocrazia. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto.

L'autore è Roger Abravanel, 62 anni, ingegnere italiano nato a Tripoli, considerato un guru della consulenza aziendale dopo aver chiuso nel 2006 la sua esperienza lavorativa in Mc Kinsey, una società che rappresenta il sogno di molti giovani neolaureati di tutto

il mondo. Le selezioni che si effettuano alla Mc Kinsey sono considerate addirittura

paradigmatiche, per quanto riguarda la corretta rilevazione del meito individuale.

Nelle ultime settimane abbiamo visto e letto varie interviste rilasciate da Abravanel, in cui l'autore ha spiegato che la meritocrazia è qualcosa di ben più profondo della sola lotta contro i fannulloni: si tratta invece di "un sistema di valori volto a premiare l'eccellenza indipendentemente dalla provenienza di un individuo" e ha sfatato un luogo comune diffuso, ovvero che l'assenza di merito sia un problema solo del pubblico, mentre in Italia dilaga anche nel privato, dominato da un capitalismo familiare per non dire familista.

In modo particolare, l'applicazione distorta dei sistemi meritocratici riguarda le così dette grandi aziende, soprattutto quelle originariamente in mano pubblica e soggette, in questi ultimi anni, ai famigerati processi di privatizzazione.

Un argomento sul quale Abravanel ha molto insistito è la paura della meritocrazia: ovvio che spaventi gli attuali privilegiati, che non ci tengono a rimettersi in gioco e a rischiare

di perdere le posizioni acquisite, meno che spaventi chi è più in basso nell'attuale scala sociale e dovrebbe vedere in essa una possivilità di riscatto.

Insomma la meritocrazia farebbe paura perchè percepita come potenziale generatrice d'ineguaglianza mentre, dice Abravanel, essa è invece portatrice di mobilità sociale

e quindi d'uguaglianza.

Le paure che la meritocrazia suscitano sono veramente tanto sciocche e irrazionali?

Difficile dare una risposta netta. Però un pò di scetticismo non ci sembra poi così fuori luogo. Pensiamo al solito esempio della P.A.: alcuni criteri meritocratici sono già stati introdotti, formalmente, ora se ne propongono di ulteriori, ma saranno mai veramente oggettivi? Per molte tipologie di servizi valutare la qualità è tutt'altro che semplice. Saranno poi veramente trasparenti? E cosa vorrebbe dire, poi, "trasparenti"? Comprensibili a tutti? O forse soltanto a chi "merita" di capire? Quando si parla di meritocrazia spesso ci si mantiene volutamente nel vago, senza fare alcun riferimento ai precisi criteri atti a misurare la produttività individuale, impresa sovente ardua e perciò largamente soggetta a essere delegata a ''tecnici'' (la morte della trasparenza caldeggiata da Epifani) o, ancor peggio, a giudizi soggettivi dei dirigenti.

Ciò detto è difficile pensare che il rischio di manipolazioni dei criteri da parte della dirigenza o dei sindacati possa essere eliminato.

Non è assurdo temere che i premi e gli incentivi risultino poi distribuiti a coloro che sono "sponsorizzati" da sindacati o partiti, oppure all'opposto (ricordiamoci dove siamo: in Italia) finiscano per ricadere a pioggia su tutti diventando una voce stipendiale fissa, probabilmente risibile nella consistenza e del tutto slegata da produttività e merito individuale.

Non è poi inconcepibile sospettare che l'applicazione della meritocrazia, la creazione di differenze retributive in base alla produttività individuale, comporti alla fin fine niente altro che il trasferimento di quote sempre maggiori di reddito dal lavoro dipendente ad altre tasche. Difatti dove s'è introdotta la riduzione di voci stipendiali fisse a favore di quelle variabili c'è stata una progressiva riduzione di salari e stipendi, nonché del potere d'acquisto dei lavoratori, e la sperequazione a favore dei profitti, dei dividendi e dei compensi elargiti ai manager, con conseguente accrescimento delle differenze di reddito a livelli sempre più intollerabili. Questo rischio è dovuto anche al fatto che gli incentivi e i premi proposti per i più meritevoli sono sempre soltanto economici, cosicché c'è ben poca differenza tra meritocrazia e plutocrazia.

Insomma tra il dire il fare, disse un genio, c'è di mezzo "e il".

C'è poi un altro buon motivo per essere spaventati: se la meritocrazia può far felici gli

eccellenti, che ne sarà dei mediocri? E degli ultimi? La paura dell'esclusione è grande, soprattutto se si pensa che le società considerate più meritocratiche sono quelle anglosassoni, dove essere poveri è più difficile che in qualsiasi altra.

C'è infine un motivo più profondo, che forse a molti sfugge, per cui la meritocrazia mette paura: perchè è una gerarchia! Mamma mia, che parolaccia! Noi viviamo immersi in una cultura che ci insegna ad avere orrore di ogni gerarchia, quando si propone

di introdurne una forma che molti si spaventino è ovvio!

Cosa si può considerare di più meritocratico di un'aristocrazia guerriera, nella quale i privilegi siano concessi a chi dimostri il proprio valore sul campo di battaglia, a rischio della propria vita, combattendo per la propria gente. Non è forse così che si sono formate le classi nobiliari? In una fase successiva i nobili (perlomeno quelli europei)

hanno smesso di mettersi in gioco, hanno preferito fare lobbying, tentando di mantenere i propri privilegi senza però più ottemperare al cosidetto noblesse oblige. Non si può,

a questo punto, interpretare la decadenza dell'aristocrazia europea come diretta conseguenza dell'abbandono dei criteri meritocratici che l'avevano informata?

Il più recente tentativo d'instaurare un regime politico basato sulla meritocrazia pura s'è avuto con i fascismi, ma è fallito in quanto s'è prima scontrato e poi compromesso con le lobby economiche presistenti alla loro conquista del potere. Questo non è stato del resto il problema di tutte le rivoluzioni? Anche la meritocrazia, potremme dire, "è permanente o non è".

Neppure il marxismo, che pure potrebbe sembrarlo, è davvero antitetico alla meritocrazia, soltanto che nella concezione marxista, quando al meritevole è riconosciuto il diritto/dovere di prendere decisioni, a ciò non corrispondono privilegi in termini materiali. E' giusto, in quest'ottica, che il figlio dell'operaio possa iniziare una carriera accademica o politica e, per converso, che il figlio di un professore o di un alto membro del Partito, se manca delle capacità necessarie per seguire le orme paterne, faccia l'operaio, ma ciò non significa che i loro bisogni materiali debbano

essere necessariamente differenti e che la loro retribuzione e i loro privilegi sociali debbano essere molto diversi.

La valorizzazione del merito si esplica infatti nell'esemplarità riconosciuta da Stalin al lavoratore stacanovista, nella figura del quale, come del resto nell'Arbeiter jungeriano, l'attività lavorativa diviene sforzo eroico.