Mishima, il D’Annunzio giapponese

Tra Mishima e D’Annunzio il paragone risulta alquanto spontaneo ed evidente. Ma, appunto per questo, merita un’analisi. Questo non solo perché lo scrittore giapponese, che conosceva molto bene la letteratura e la cultura occidentali in generale, si era sempre dichiarato grande ammiratore del Vate d’Italia e ne aveva tradotto in giapponese “Le martyre de Saint Sebastien”, un lavoro teatrale. L’analisi va fatta anche perché vi sono alcune assonanze, ma anche delle differenze.

La somiglianza che risulta più lampante tra Mishima e D’Annunzio è senz’altro questa: il grande amor di Patria che ha contraddistinto questi due Grandi e il rimpianto per i valori tradizionali oramai in decadenza: culto dell’Imperatore e fedeltà assoluta alla sua persona in Mishima, rimpianto per un’aristocrazia degna di tal nome in D’Annunzio.

Nel romanzo “Le Vergini delle rocce”, pubblicato nel 1895, il Vate mette in bocca al protagonista Claudio Cantelmo le seguenti parole: “Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo noi ingannare il tempo e noi stessi cercando di alimentare tra memorie appassite qualche gracile speranza? O dobbiamo noi riconoscere il Gran Dogma dell’Ottantanove, aprire i portici dei nostri cortili all’aura popolare, esercitar la piccola parte di sovranità che ci viene concessa riempiendo la scheda del voto col nome dei nostri mezzani, dei nostri cappellai, dei nostri sarti, dei nostri calzolai, dei nostri usurai e dei nostri avvocati?” il glorioso passato è sepolto per sempre dunque nell’Italia liberale in cui scriveva D’Annunzio, come nel Giappone del secondo dopoguerra: nel primo caso a causa dell’irruzione nella storia del “Gran Dogma dell’Ottantanove”, nel secondo caso in seguito alla sconfitta dell’Impero del Sol Levante durante l’ultimo conflitto mondiale.

Ma, davanti allo scempio che le nuove società materialiste fanno di tutto quanto sappia di Tradizione, è inevitabile che alcune anime elette si ribellino. Davanti al capitalismo selvaggio che ha travolto i Giapponesi dagli anni Cinquanta in poi, e che diffonde “una sorta di follia del lucro”, per dirla ancora con le parole che D’Annunzio usa per descrivere un altro contesto, è inevitabile e salutare che vi sia chi, forte della propria intelligenza e della propria cultura, non è disposto a rinunciare alla dedizione incondizionata al proprio Imperatore.

D’Annunzio e Mishima fedeli alla Tradizione dunque, ma le analogie fra loro non finiscono qui. Entrambi dimostrano una straordinaria capacità, verrebbe da definirla quasi morbosa a tratti, di scavare nell’ambito umano, di metterne in luce le passioni più torbide, i desideri più incoffesabili. Come non ricordare a tal proposito il Mishima de “Il sapore della gloria” e di “Trastulli d’animali”, o il D’Annunzio de “L’innocente” e de “Il trionfo della morte”, ma anche di alcune tra le “Novelle della Pescara”?

La parola però, per quanto sapiente e fine, non sempre basta a far comprendere la realtà in ogni suo aspetto, e men che meno a cambiarla. Ecco allora che, dove la parola risulta non sufficientemente chiara o addirittura inutile, non rimane che il gesto. E, se la vita è “lo specchio degli inganni”, varranno pure il D’Annunzio del volo su Vienna e dell’impresa di Fiume, o il Mishima fondatore della “Tatenokai”, la Associazione degli Scudi, a dare l’esempio. Infine, ecco lo scrittore giapponese immolarsi nel tradizionale rito del “seppuku” in quel tragico e grande 25 novembre 1970.

Mishima, il quale scriveva romanzi i cui protagonisti giovanili spesso erano schivi, incerti e balbuzienti (basti pensare a “Il padiglione d’oro”, una delle sue opere più famose) o affetti da una timidezza morbosa (il Kyoaki “umbratile” de “Neve di primavera), aveva scoperto, nel corso di un’esperienza militare, l’amore per il proprio corpo e non più solo per il proprio spirito, e il gusto di prendersene cura e anche (perché no?) di esibirlo e vantarsene. Ecco allora gli allenamenti in palestra di “Sole e acciaio”, romanzo che narra appunto il modo in cui lo scrittore effettuò questa riscoperta della propria fisicità più autentica. Ma ancora una volta, non possiamo non ricordare il consiglio che D’Annunzio dà agli spiriti eccelsi, agli aristocratici in lotta con l’epoca della dissoluzione: “Non credete se non nella forza temprata dalla lunga disciplina. La forza è la prima legge della natura, indistruttibile, inabolibile.”

E, infine, lasciatemi togliere il classico “sassolino dalla scarpa”. Per chi “abbia certe idee”, è indubbiamente facile ammirare il Mishima delle “Lezioni spirituali per giovani samurai” o di “Sole e acciaio” appunto. Meno facile può essere aver stima dell’autore di “Confessioni di una maschera” o di “Colori proibiti”. Non si tratta solo di un questione di gusti letterari: sono convinto che nemmeno “nel nostro ambiente” tutti apprezzano tutte le opere di Mishima, ma neanche di D’Annunzio, e tanti, forse, di entrambi non hanno neppure letto molto. Il problema è che il Mishima che emerge dagli ultimi due romanzi citati è un Mishima un po’diverso dall’icona di “ultimo samurai” (perdonate il paragone un po’blasfemo) in lotta contro la modernità. Se vogliamo credere all’autore di “Confessioni di una maschera”, Mishima si descrive come un omosessuale represso. È vero, anche questo può essere inteso, come scrive Mario Merlino, “come momento di svelamento e di ulteriore ottenebramento”, ma a parer mio si tratta più di svelamento, di una “confessione” appunto che di altro. Questo tenendo presente chi ha detto che il primo romanzo di uno scrittore per lui non è solo uno dei tanti romanzi, ma è IL romanzo della sua vita, a cui spiritualmente egli ritornerà anche nel prosieguo della sua opera. E nonostante che questo a molti possa dispiacere.

Il problema è appunto questo: su un argomento come l’omosessualità, nel “nostro ambiente” non è mai mancata una certa ipocrisia. Ma teniamo presente che D’Annunzio sosteneva che ciò che è giusto sia concesso all’artista non sempre è ciò che va bene per chiunque artista non è, in virtù del fatto che l’arte può trasfigurare e far comprendere meglio la vita. O anche, più semplicemente, ricordiamoci del fatto che la condanna dell’omosessualità “senza se e senza ma” risale al monoteismo ebraico-cristiano, essendo sconosciuta a quelle che siamo soliti definire come “civiltà tradizionali”, ad esempio l’antica Grecia o Roma. Ma penso anche al giudizio molto diverso dal nostro che di certe tendenze danno alcune religioni orientali, come ad esempio l’induismo. Questo certamente non per chinare il capo davanti a chi volesse equiparare in toto un’unione omosessuale alla famiglia propriamente e correttamente intesa, o per ossequio alla tanto vituperata modernità egualitaria. Ma solamente per avviare una riflessione e un dialogo tra amici, consci del fatto che solo tramite il superamento dei propri limiti si possono migliorare i propri risultati, anche a livello di consenso.