Nel 1888 il danese George Morris Cohen Brandes, tenne presso l’Università di Copenaghen un ciclo di conferenze dal titolo En Afhandling em aristokratisk radicalisme, in cui svelava il cuore del pensiero politico di Friedrich Nietzsche.
Fu proprio il filosofo, nell’Ecce homo, a riconoscergli il merito di essere stato l’unico a capirne davvero il messaggio, solo qualche pagina prima di annunciare “da me comincia sulla terra la Grande Politica”.
Nonostante un siffatto, roboante annuncio il significato politico del messaggio nietzscheano non è stato indagato a fondo: eccessivo è risultato il peso della sua presunta e infondata parentela col nazismo.
Per lungo tempo la sua opera è stata messa tra parentesi con l’argomento della sua follia, magistralmente ripreso e smontato da Massimo Fini nella sua biografia intitolata Nietzsche, L’apolide dell’esistenza.
Nietzsche stesso aveva scritto, del resto “una cosa sono io, un’altra cosa sono i miei scritti”, dimostrando grande lucidità, la sua opera è difatti il contrario della sua vita, come racconta Fini; uno dei più grandi psicologi di tutti i tempi, precursore della psicanalisi, nella vita di tutti i giorni era di un’ingenuità imbarazzante, il predicatore della durezza verso se stessi era facilissimo alla commozione e alle lacrime, lo spregiatore delle femmine era debolissimo con le donne, il filosofo che scrisse “io non sono un uomo, sono dinamite” era mite, buono, inoffensivo.
Per questo però egli non deve essere compianto, ma ammirato, perché sapeva ciò che faceva, sapeva di sacrificare l’uomo al filosofo quando affermava “se il tuo destino è quello di pensare, ama il tuo destino come un Dio e sacrificagli ciò che hai di più caro”.
Ciò detto, non è accettabile giudicare le sue idee basandosi sulla sua condotta.
Negli anni ’60 è iniziata un’opera di recupero fondata su un’interpretazione estetico-libertaria dell’opera di Nietzsche: per rendere possibile tale rilettura, per così dire, “da sinistra” si ètentato di depurare il pensiero nietzscheano da ogni implicazione politica, come fa Thomas Mann quando lo definisce “genialità assoluta, non pragmatica, priva di responsabilità pedagogica, profondamente apolitica”.
La conseguenza positiva del recupero descritto è di aver permesso l’entrata di Nietzsche nel circuito culturale, cosicché i suoi libri hanno continuato ad essere pubblicati e molti corsi accademici gli sono stati dedicati, ma in questa operazione Nietzsche ha perduto la sua anima: si è arrivati perfino, con Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, ad indicarlo come padre nobile del pensiero debole, tentando di far passare per postmoderno un pensiero che è invece antimoderno.
Un’interpretazione diametralmente opposta è quella che offre Rodolfo Sideri, che ha dedicato le primissime pagine del suo Inquieto Novecento, uscito nel 2004, a una rilettura politica di Nietzsche, con l’intendimento dichiarato di “restituire al pensiero nietzscheano il suo detonatore”.
Sideri rifiuta dunque tutte le interpretazioni politicamente corrette di Nietzsche, abbracciando quella di Adriano Romualdi: una filosofia dell'Herrenmoral, una critica feroce sia alla democrazia che al socialismo, i due grandi falsi nemici, entrambi da disprezzare in quanto portatori di Verflachung (appiattimento).
La sua idea politica è nel “radicalismo aristocratico” svelato da Brandes, un radicalismo che non può conciliarsi certo col totalitarismo, espressione di massa: egli è lontanissimo da ogni statalismo o statolatria, come dimostra la sentenza “Sì, chiamo Stato il più gelido di tutti i mostri freddi”.
La critica allo Stato però, incalza Sideri, “è la critica di un aristocratico dello spirito che coltiva il pathos della distanza, che anela a ciò che è superiore e non beve il veleno dello Stato, veleno che non è la diseguaglianza, che è proprio ciò che Nietzsche cerca, ma piuttosto il suo contrario”.
Il cuore politico dell’opera di Nietzsche è nella critica spietata alla mitologia egualitaria e a ciò che essa comporta: il trionfo della mediocrità.
Nietzsche è allora da considerarsi, azzarda addirittura Sideri, un pensatore vicino alla Tradizione: Adriano Romualdi lo inserì infatti nella sua triade vicino a Platone e ad Evola.
Potremmo definireNietzsche un “tradizionalista inconsapevole”, che se non ha saputo individuare, come soluzione ai problemi che con tanta forza ha posto, le forme dello Stato organico tradizionale, si può parlare insomma di una sua inconsapevole adesione alla Tradizione?
Il quesito è davvero suggestivo, ciò che ci sentiamo di affermare senza tema di smentita è che una siffatta interpretazione convince più di quelle edulcorate: l’influsso nietzscheano sull’opera di Evola, del resto, è stato esplicitamente riconosciuto da Evola stesso nella Rivoltacontro il mondo moderno ma non è quivi circoscritto.
Il limite maggiore del pensiero di Nietzsche, in ambito Tradizionale, è stato rimanere ancorato a un piano naturalistico e ad una visione riduttivamente vitalistica laddove la Tradizione indicherebbe la via per “ciò che è più che vita”.
Sideri riconosce in Nietzsche un’utile guida che indica la strada del “ripristino delle gerarchie dello spirito che origina un pensiero politico aristocratico fondato su criteri qualitativi e spirituali, vicini a quelli delle società pre-capitalistiche, ovvero pre-democratiche e pre-socialiste, cioè di un mondo non pervaso e conquistato dal demone del denaro, dell’economia, dell’utile”.
Ciò che serve, secondo Nietzsche, è una nuova gerarchia, non fondata sulla sopraffazione e l’avidità delle nuove classi dominanti, capaci anch’esse, come quelle precedenti, di comandare, ma del tutto mancanti di “nobile contegno nell’obbedienza”, bensì sul realismo eroico, su un superamento dell’egoismo diretto non verso il basso mediante il moralismo, ma verso mete superiori e trascendenti lo stesso individuo: una gerarchia vera, in cui la più feroce spietatezza si eserciti su se stessi nell’alveo di una rigorosa formazione interiore.
Perché questo sia possibile, perché possa sorgere una civiltà superiore, la società deve separarsi in due caste: “quella di coloro che lavorano e quella di coloro che oziano” ma la casta degli oziosi è “la più capace di soffrire, la più sofferente, il suo piacere di esistere è minore, il suo compito più grande”. Questo modo di intendere la gerarchia è del tutto in antitesi col mondo attuale dove a un maggior potere in genere si associa una vita più comoda ed agiata.
Infine nell’indagare il Nietzsche politico non si può dimenticare il suo afflato europeista; in Umano, troppo umano egli conclude la sua critica i nazionalismi affermando che “bisogna dirsi francamente solo buoni europei e contribuire con l’azione alla fusione delle nazioni”.
Nietzsche stesso fu troppo ottimista quando scrisse “incomincerò ad essere compreso nel Novecento ma non mi si comprenderà completamente prima dell’anno 2000”: il terzo millennio è già iniziato, ma lui corre ancora molto avanti a noi.
Evola Julius, 1934, Rivolta contro il mondo moderno, Hoepli, Milano.
Mann Thomas, 1967, Considerazioni di un impolitico, De Donato, Bari.
Colli Giorgio e Montinari Mazzino (1992), Opere di Friedrich Nietzsche, Adelphi, Milano.
Fini Massimo, 2002, Nietzsche L’apolide dell’esistenza, Marsilio, Venezia.
Romualdi Adriano, 1986, Una cultura per L'Europa, Settimo Sigillo, Roma.
Sideri Rodolfo e Merlino Mario Michele (2004), Inquieto Novecento, Settimo Sigillo, Roma.