Se già prima potevano esserci dei sospetti, ormai
ci troviamo davanti a una certezza: il Premio Nobel per al Pace rientra
a buon diritto negli strumenti del cosiddetto soft power a disposizione
delle elite atlantiste, le quali attraverso l’assegnazione di questo
premio buonista intendono portare alla ribalta i fedeli esecutori delle
loro strategie antinazionali. Martti Ahtisaari, paladino dell’indipendenza
del Kosovo ed ennesimo affossatore della dignità del popolo serbo,
è l’ultimo beneficiario di questo ricco premio: l’ex
presidente finlandese ha lavorato come mediatore anche in altri scenari,
cogliendo pure significative soluzioni a crisi locali (ad esempio l’indipendenza
della Namibia dal Sudafrica), ma il suo nome resta indissolubilmente legato
alla fallita mediazione fra Belgrado e Pristina. Il generale russo Ivashov
non ha dubbi: "Ha aiutato i bombardamenti della Nato in Serbia e
ha ottenuto il Nobel con un fine politico: sostenere gli interessi degli
Usa e della Nato" ha affermato il direttore dell’Accademia
di problemi geopolitici di Mosca. Altrettanto interessato è stato
a suo tempo il Nobel a Michail Gorbaciov nel 1990 "per il suo ruolo
di primo piano nel processo di pace che oggi caratterizza parti importanti
della comunità internazionale": trattavasi di un processo
di pace che avrebbe sgretolato l’URSS ed i suoi Stati satelliti,
destinati a venire assorbiti dal mondo “occidentale”, che
allora iniziava la sua prodigiosa opera di esportazione di democrazia
e di libero mercato.
Altri insigniti illustri andando a ritroso nel tempo: nel 1953 il Generale
Marshall, bravo a proiettare l’Europa al cospetto dei miraggi consumistici
dopo che i bombardieri del suo paese l’avevano rasa al suolo e devastata,
piuttosto che il presidente statunitense Wilson, puntuale nel fare intervenire
gli USA nella Grande Guerra in seguito all’affondamento del Lusitania
(un episodio che per alcuni risvolti solleva alcuni dubbi paragonabili
a quelli degli scettici sulle dinamiche ufficiali dell’11 Settembre)
in tempo per portare al successo il fronte democratico e in seguito architetto
di un piano di pace che avrebbe gettato nel caos il Vecchio Continente.
Dulcis in fundo un altro inquilino della Casa Bianca, Theodor Roosevelt,
propugnatore di quel corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe (altrimenti
noto come la politica del grande bastone) che rafforzava l’interventismo
statunitense in America latina, adeguatamente esemplificato dalla secessione
eterodiretta di Panama dalla Colombia e dalla conseguente apertura del
lucroso canale, per non parlare del ruolo di primo piano svolto nella
guerra ispanoamericana del 1898 (scoppiata in seguito ad un episodio che
sa molto di false flag, vale a dire l’affondamento del Maine a L’Avana).
In questi tempi di recessione è interessante andarsi a leggere
pure i vincitori del Premio Nobel per l’Economia, fra i quali spiccano
i teorici di questo sistema economico che sta finalmente giungendo al
capolinea, ma con gran nocumento di tutti. Fra i primi insigniti figura
Paul Samuelson, economista autore fra l’altro di uno dei manuali
di economia politica più diffusi al mondo, sulle cui pagine hanno
acquisito la forma mentis legioni di futuri finanzieri e soloni del libero
mercato: una delle prime cose che il nostro si peritava di insegnare era
il cosiddetto paradosso del risparmio, una diabolica equazione che va
a minare la tradizionale parsimonia delle persone dotate di buon senso
per portare invece avanti politiche di consumismo estremo basate al limite
pure su indebitamenti sconsiderati. Il canadese Mundell, d’altro
canto, ha incassato il premio nel 1999 dopo aver preconizzato la necessità
e l’imminenza di una moneta unica sulla faccia della terra: se già
l’Euro imposto dall’alto si è rivelata una mazzata
per gli europei, figuriamoci cosa potrebbe succedere applicando le teorie
di siffatto luminare. Certo, ha vinto pure una voce moderatamente fuori
dal coro come quella dell’indiano Amartya Sen, però la stragrande
maggioranza dei premiati appartiene ad una scuola di pensiero ben determinata,
quella che sta portandoci a una recessione catastrofica.