Quale patria?

 

 

Innanzitutto, si fa presto a dire Europa, ma cosa intendiamo per Europa? Fintantoché si parla di Spagna, Italia, Germania siamo tutti d’accordo, sulla Polonia, l’Ungheria e tutti i Paesi dell’Est siamo ancora d’accordo, ma già quando parliamo di Russia qualcuno storce il naso. Non parliamo poi della Turchia. Eppure c’è chi giura sull’europeità, se mi è concesso dirlo, di Russia e Turchia, qualcuno addirittura auspicava un’Europa unita, armata ed indipendente che andasse da Brest a Vladivostok, includendo quindi anche tutta la parte asiatica della Russia. Non sono pochi coloro i quali aggirano l’ostacolo e parlano di Eurasia, trovando un’omogeneità geografica e spirituale la quale unirebbe due continenti che solo scelte arbitrarie e convenzionali considerano differenti. Qui il discorso si complica, restringiamo l’obiettivo a quella che possiamo considerare Europa.

Da un punto di vista geografico si può sostanzialmente considerare che dall’Atlantico agli Urali ci troviamo in Europa. Orograficamente parlando gli scenari sono dei più diversi, con immense pianure che si alterano a fitte foreste piuttosto che a catene montuose, ma i popoli che vivono su queste terre hanno una loro certa qual omogeneità, laddove sono le steppe russe a differenziarsi con vistosi contributi etnici prettamente asiatici.

Da un punto di vista religioso riemergono di tanto in tanto le polemiche sulla mancata citazione delle radici cristiane nella Costituzione Europea. Personalmente condivido questa critica, ma col senno di poi sono quasi contento che ci sia stata questa lacuna. Che senso avrebbe infatti ricercare radici così nobili quando la realtà di tutti i giorni è ben diversa. In che misura “radici cristiane” informano una direttiva Bolkenstein ad esempio che liberalizza indiscriminatamente i servizi a tutto discapito dei lavoratori? Cosa c’è di cristiano nell’erigere una comunità di Stati che basa tutto sul rispetto di parametri economici, prestiti usurocratici e non considera minimamente il valore della solidarietà? Certo, gran parte dei nostri usi e costumi deriva dal cristianesimo e dalla sua morale, ma quanta discrasia c’è fra questo sentire comune cristiano e ciò che le istituzioni eurocratiche stanno portando avanti? È importante ricordarsi quali sono le nostre radici, ma allora diventa ipocrita non tenerle in considerazione quando si pianifica l’avvenire del continente.

Si dice che la mancata citazione delle radici cristiane consentirebbe un ingresso più soft alla Turchia nell’Unione Europea, ma il problema sussiste. Certo, all’interno dell’Europa vera e propria (considerando la Turchia in una zona d’ombra) esistono forti presenze musulmane già oggi, tanto autoctone quanto immigrate alla ricerca di lavoro nei Paesi più sviluppati. Gli autoctoni sono presenti soprattutto nei Balcani e tanto in Bosnia quanto in Kosovo, per stare sulla cronaca recente, hanno avuto problemi di convivenza con i popoli limitrofi: senza dubbio si tratta di situazioni gonfiate ad artem da interessi economici (l’oleodotto a capitale americano che dovrebbe attraversare il Kosovo) o da veteronazionalismi esasperati, ma il problema sussiste e la civilissima Unione Europea non è stata in grado di risolverlo quando è stata chiamata in causa dalle popolazioni perseguitate, consentendo così un’intromissione sul suolo europeo da parte di potenze d’oltreoceano. Le comunità che si sono invece trapiantate in tempi più recenti attirate dal miraggio del lavoro, hanno dimostrato nella cronaca recente che non è tutt’oro quel che luccica: le banlieu parigine ed i giovani islamici caduti nelle reti terroristiche di Al Qaeda in Gran Bretagna denotano un distacco preoccupante nei confronti della società che li ha accolti. Gli immigrati di seconda e ormai terza generazione, infatti, sono sradicati rispetto al paese dei loro avi e rifiutati da quello che li accoglie, sicché diventano facile preda di predicatori islamici, i quali, privi molto spesso della preparazione delle tradizionali madrasse, sfruttano la loro eloquenza e capacità persuasiva per adescare giovani sbandati da intruppare come guerriglieri da inviare nelle zone calde o da aizzare per gesti eclatanti sul suolo ospitante. Che poi dietro a questi imbonitori vi sia la rete di Al Qaeda come vuole il pensiero neocons americano oppure servizi segreti che vogliono creare tensioni come indicano le indagini giornalistiche di Blondet, in questo momento non ci interessa. Ciò che è importante per noi è sottolineare come il contesto europeo attualmente sia incapace di elaborare formule di convivenza religiosa ed interculturale e si vorrebbe iniettare in questo corpo malandato dosi massicce di quel virus che lo sta già impegnando severamente dall’interno. Certo, ciò che non distrugge rafforza, ma gli equilibri sociali ed economici del nostro continente sono talmente precari da temere il peggio. E comunque rimango dell’avviso che si voglia associare a tutti costi la Turchia come mercato, come risorsa economica e che quindi si sia disposti a sorvolare sulle mancate tutele dei diritti basilari piuttosto che sul mancato riconoscimento della grave e storica responsabilità del genocidio armeno di inizio Novecento.

Da un punto di vista politico e strategico, l’Europa qual è? Possiamo riferirci a quel timido abbozzo di asse Parigi-Berlino con propaggini a Mosca che ha tentato di fare da mediatore in recenti vertenze internazionali? Oppure all’asse italo-inglese di collaborazione strettissima con gli Stati Uniti d’America attorno al quale ruotano poi quasi tutto i Paesi dell’Est? Come si possono conciliare due visioni così diametralmente opposte? A mio modesto avviso la strada intrapresa da Francia e Germania è quella che va nella giusta direzione, nella misura in cui rimane un legame economico e di collaborazione con il colosso statunitense, ma parimenti si ragiona in termini europei. Si ragiona in termini europei allorché si pensa ad un sistema di difesa integrato che possa fare a meno delle basi americane e di tutto ciò che la loro presenza comporta in termini di effettiva indipendenzae di rischi ambientali (pensiamo alle polemiche legate ai sottomarini nucleari che fino a pochi giorni fa erano di stazza alla base della Maddalena in Sardegna, per non dar adito alle voci che interessano la base di Aviano a noi vicinissima). Considerando anche l’impegno a stelle e strisce in giro per il mondo, gioverebbe anche a Washington poter abbandonare certe posizioni che oramai si possono definire sicure. Se nel secondo dopoguerra un’Europa stremata poteva in effetti correre il rischio di venire travolta dalle forze sovietiche, oggi come oggi tale rischio non sussiste più e dal punto di vista economico nessuno nega il grande contributo dato dal Piano Marshall alla ricostruzione, però le risorse economiche europee allo stato attuale sono tali da consentire l’autonomia del continente. L’Europa è senza dubbio legata agli Stati Uniti per motivi storici, culturali e religiosi, essendo stato il Nuovo Continente riempito a ondate da migranti europei in cerca di fortuna o in fuga da persecuzioni etniche piuttosto chereligiose. Parimenti l’Europa nella sua storia trova momenti di confronto e reciproco arricchimento con quel mondo islamico che oggi viene additato come il male assoluto in quasi tutte le sue forme. Dico “quasi tutte le sue forme” poiché esiste al di fuori dell’estremismo islamico un Islam capace di relazionarsi e di conservare la sua identità, senza quindi snaturarsi come proposto nelle forme ibride propagandate dai “Moderati islamici” che insistono ad inserire nel corpo dell’Islam elementi per cui non è ancora maturo e cui deve arrivarci gradatamente, tenendo quindi presente l’obiettivo finale della libertà e della democrazia, ma che deve essere conquistata non a tutti i costi, non a suon di bombe, bensì sfruttando le risorse interne al sistema. Parliamo quindi di un “puro Islam”, rispettoso del diverso, dei suoi usi e costumi e altrettanto consapevole della sua specificità e delle sue qualità migliori. Questo è l’Islam che nel corso del Medioevo ha interagito con l’Europa: non sono mancati i momenti di crisi e di conflitto, ma da un punto di vista culturale lo scambio di arricchimenti è stato bidirezionale. Lo sfacelo dell’Impero Ottomano ha tolto a questo mondo i suoi punti di riferimento tradizionali, sta ad un’Europa che sia consapevole del suo ruolo di mediatrice ritrovare questi interlocutori e presentarli a modello per le giovani generazioni islamiche, tanto a quelle che si ritrova in casa, quanto a quelle al di fuori dei suoi confini, così come oggi la grancassa mediatica dà una inopportuna visibilità al famigerato Bin Laden ed ai suoi accoliti.

Questa veloce analisi sembrerebbe dare una risposta negativa al titolo di questo intervento, precludendo quindi una possibilità di assurgere a Patria condivisa per la nostra Europa, ma soprattutto fra i giovani ritengo che vi siano le energie e le capacità per superare questa situazioni.

Una Patria è una di memorie. Guerre e massacri sono ciò che resta più impresso nella memoria degli studenti, ma vanno sottolineati i grandi momenti di sintesi che il nostro continente ha vissuto, vuoi sotto le vestigia dell’Impero Romano, vuoi nel mito sempre avvicinato ma mai raggiunto della Communitas Omnium medioevale: al centro di entrambe le esperienze troviamo un polo direzionale forte, autorevole, riconosciuto da tutti e alle periferie troviamo specificità e identità locali rispettate. Cos’è oggi invece l’Europa? A Strasburgo la vox populi parla di ricchi politici che incassano laute prebende mentre tecnocrati senza alcuna investitura democratica fanno e disfano regolamenti e accordi, infischiandosene del giudizio popolare quand’è stridente con i loro desiderata. Basti pensare al percorso di approvazione della Costituzione europea: inizialmente doveva essere approvata all’unanimità, incassati i primi due “no” si sta tentando di cambiare le carte in tavola puntando ad una maggioranza qualificata. E il rispetto delle specificità? Regolamenti sulle dimensioni della frutta, direttive sulla coltivazione dei campi andando contro alla spontaneità della natura e alle tradizioni secolari che regolano la vita dei campi.

La diversità linguistica ha una sua importanza nel rallentare un processo di idem sentire fra i diversi popoli, però in passato ognuno aveva la sua lingua ma esisteva il latino come forma di comunicazione internazionale a tutti comprensibile. Oggi sarebbe suggestivo riproporre la lingua di Cicerone come linguaggio a tutti noto, ma può anche andar bene adottare la lingua inglese per la sua semplicità strutturale e visto il grande uso che già se ne fa nei contesti scientifici e culturali ad esempio.

Si può anche obiettare sulle differenze religiose, ma penso che basti un’analisi un po’più approfondita delle tante “guerre di religione” che hanno insanguinato il nostro continente per rendersi conto che in realtà le cause scatenanti erano sempre di carattere economico e che la religione da instrumentum regni era ulteriormente decaduta a instrumentum belli.

Il reciproco rispetto, il confronto fra esperienza differenti ma tutte riconosciute come di eguale valore, la possibilità per i giovani di avventurarsi in un continente che sta abbattendo gli steccati ideologici e dei nazionalismi che hanno solo nuociuto alla pace: questi sono alcuni elementi che noi ragazzi di Gioventù Europea riconosciamo e cerchiamo di diffondere fra i nostri coetanei, ma anche agli interlocutori più “maturi” di noi che condividono questo nostro ideale. Affinché un domani, come titolavamo una nostra conferenza nell’aprile scorso, possiamo tutti vivere in “Una Patria chiamata Europa”.