Il rasoio di Ockham e il sogno di Berlusconi

Nei giorni successivi alla sbornia elettorale le analisi dei risultati del voto si sono sprecate. Seguendo l’insegnamento di Guglielmo di Ockham, prendiamo per buona la spiegazione più semplice: chi arriva alle elezioni dopo aver governato, perde. Finora, dal momento dell’introduzione del sistema maggioritario in Italia, questa regola è sempre stata rispettata.

Secondo la maggioranza dei politologi ciò costituirebbe un fatto positivo, un segnale di democraticità e del buon funzionamento del sistema. La logica di quest’affermazione, però, ci sfugge; l’impossibilità di governare per tempi sufficientemente lunghi toglie qualsiasi opportunità di fare scelte veramente strategiche, soprattutto se attraverso di esse non è lecito attendersi risultati in tempi brevi, il ché le rende impopolari. Il timore di chi è a fine mandato di non poter rivincere espone poi la collettività al rischio di insensate scelte elettoralistiche, la rassegnazione a tornare all’opposizione può portare addirittura a mosse nella logica del “tanto peggio, tanto meglio”.

L’alternanza sembra avere più difetti che pregi: forse si tenta di consolarsi perché si intuisce che non la si può evitare? L’automatismo dell’alternanza di governo, in realtà, non è scritto nelle regole elettorali: uno schieramento politico che governasse bene potrebbe essere rieletto e questo, a detta dei succitati politologi, costituirebbe soltanto una temporanea sospensione, non un annullamento, del prezioso principio.

L’alternanza è però ineluttabile quando il personale politico, per lo meno quello relativo ai partiti o alle coalizioni che hanno veramente possibilità di vincere e di governare, è costituito in maggioranza da individui incapaci e/o disonesti. Anche se le elezioni portassero al governo soltanto persone capaci e oneste, poi, rimane il fatto che queste dovrebbero sottostare, per i deficit di sovranità di cui l’Italia soffre, a diktat che arrivano dall’esterno, e le loro possibilità di manovra sarebbero comunque scarse. Ciò detto risulta fatale che chi promette durante la campagna elettorale non manterrà, mentre chi sarà all’opposizione avrà vita facile nel metterlo in cattiva luce: dopotutto i giudizi critici su colleghi e rivali sono spesso le uniche affermazioni condivisibili espresse dai politici che, proprio per questo motivo, tendono ad abusarne.

Il PDL è destinato quindi a governare cinque anni, forse meno, per poi essere rimandato a casa?

Silvio Berlusconi non ci sembra proprio essere tipo da accettare fatalmente questo ragionamento: dando l’ennesima prova della sua insaziabile ambizione personale, appena conosciuti i risultati emersi delle urne ha dichiarato che il suo sogno è “essere ricordato come un grande statista” e, per arrivare a ciò, ha assoluto bisogno di una rielezione tra cinque anni.

D’altronde l’idea stessa di poter essere il primo a riuscire in un’impresa che nessuno ha finora compiuto (tra l’altro proprio lui, che pur non sembrava averne alcuna possibilità, ci è andato molto vicino nel 2006) lo esalta oltre ogni misura.

Berlusconi potrebbe farcela, ha molti punti a suo favore: una larga maggioranza parlamentare in entrambe le assemblee, un Fini ormai fagocitato nel PDL e quindi irretito, una Lega Nord che ha scarso interesse a rompergli le uova nel paniere (Matteo Salvini, ospite di Gad Lerner a La7, è stato anzi categorico nell’affermare: “governeremo per dieci anni”), un Tremonti capace di una visione dell’economia e della globalizzazione che pochi addetti ai lavori, anche all’interno dello stesso PDL, condividono (o ammettono di condividere), ma che ha grande presa sulla popolazione e, forse, ha avuto un impatto decisivo anche sul responso elettorale.

Ancor più preziosi, però, potrebbero risultare gli appoggi che il Cavaliere ha la possibilità di ricevere dall’esterno della coalizione: se tanto la Santanchè che Casini si sono già detti disponibili a votare i provvedimenti del governo che troveranno condivisibili (non ci sorprenderemmo se ciò accadesse molto, molto spesso), neanche dal Partito Democratico ci si deve aspettare un’opposizione propriamente feroce, soprattutto se Veltroni, ovvero l’altra metà di Veltrusconi, dovesse riuscire a resistere in sella. Lo stesso Di Pietro non dovrebbe spaventarlo, un po’ perché non ha i numeri per infastidirlo, un po’ perché l’IdV pare isolarsi, prendendo le distanze dal PD con cui ha corso in campagna elettorale, ma soprattutto perché gli si contrappone molto più da un punto di visto personale che non ideologico.

In conclusione, l’opportunità di passare alla storia per Berlusconi è ghiotta.

Per il Paese questa è una buona notizia? Dipende, se decidesse di provare, magari non per amore dell’Italia, ma soltanto strumentalmente al suo successo personale, di comportarsi come un grande statista, potrebbe avere anche successo. Checché ne dicano i suoi detrattori, stupido non è.

Il problema è che dopo la sconfitta del 2006 Berlusconi ha rivendicato di aver governato benissimo ma di non essere stato efficace nella comunicazione. La stessa cosa, un anno e mezzo dopo, l’abbiamo sentita dire anche a Prodi: rischia di diventare un altro vezzo dei politici. Ora, la paura è che Berlusconi possa decidere di dedicarsi non tanto al buon governo, ma a una comunicazione efficace nel dare l’impressione, a prescindere dai fatti, di un buon governo. Il solito rasoio indica come più probabile questa seconda scelta. E se c’è qualcuno che può riuscirci, è lui. Poveri noi.