UN’ALTRA ROAD MAP

 

 

Sono pochi, tra gli ecologisti, coloro ammettono che la conferenza di Bali sul riscaldamento climatico è stata un fiasco. Dopo 13 giorni di estenuanti trattative, uno in più rispetto a quelli previsti dall’organizzazione, si è giunti a un compromesso, per così dire, condiviso.

In seguito alle obiezioni statunitensi il testo dell’accordo non fa però alcun riferimento a cifre per quanto riguarda le emissioni inquinanti e la necessità di ridurle: un grosso successo per la delegazione USA, inizialmente messa in difficoltà dall’atteggiamento delle nuove potenze economiche, tra cui Cina, India, Brasile e Sudafrica, che hanno manifestato la volontà di agire concretamente. Di particolare interesse la proposta della cosiddetta Cindia: cinesi e indiani si sarebbero impegnati a tagliare le proprie emissioni di gas-serra del 50% entro il 2050, se i paesi industrializzati si fossero a loro volta impegnati a ridurle del 25-40%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2020. Da notare che Cina e India sono proprio i paesi cui ci si riferisce spesso con preoccupazione, affermando che, se i loro abitanti giungessero a consumare (quindi a inquinare) quanto quelli occidentali, ne risulterebbe un disastro ambientale irreversibile.

Non ostante ciò, la delegazione guidata da Paula Dobrianski ha esibito uno spietato ostruzionismo.

Gli altri grandi Paesi industriali hanno preso, almeno parzialmente, le distanze da Washington; dopo l’Australia, che pochi giorni prima dell’inizio dei lavori aveva annunciato la ratifica del Protocollo di Kyoto, anche Canada, Giappone e Russia.

L’eroe di Bali è stato però un americano, tale Kevin Conrad, ambientalista inviato come rappresentante della piccola Papua-Nuova Guinea, che rivolto ai suoi connazionali ha detto chiaro e tondo: “se non volete essere da guida e non volete venirci dietro, levatevi dai piedi!”.

Gli USA hanno acconsentito sì ad un accordo, ottenendo però che nel testo si parli genericamente dell’impegno ad intraprendere “azioni che tengano conto delle circostanze nazionali”, insomma hanno fatto una brutta figura, ma nel concreto se la sono cavata senza danni; ci si può immaginare qualche collega dare di gomito a Conrad, ammiccando “gliel’hai detta, eh!”, ma al di là della sincera simpatia che il gesto può attirare, per spostare certi equilibri ci vuol ben altro.

Gli ambientalisti che dipingono Bali come un successo fanno quasi tenerezza, ma probabilmente di più era davvero impossibile ottenere: l’idea stessa di democrazia internazionale su cui si basa l’ONU è un presupposto capzioso, il mondo, piaccia o non piaccia, rimane regolato da rapporti di potenza.

Se il risultato concreto non è soddisfacente, forse è ancora più inquietante ciò che è emerso sul piano formale: l’accordo raggiunto è stato battezzato, udite udite, Road Map! L’espressione suona alquanto sinistra, perlomeno per chi è abituato a sentirla usare in relazione alla cosiddetta “questione palestinese”.

La neolingua dell’imperialismo a stelle e strisce si è arricchita: di fronte ad una grave ingiustizia, che riverbera le sue influenze nefaste a livello planetario, ma che non si vuole neppure tentare di risolvere, la parolina magica è, per l’appunto, Road Map. Ora, con Bali, l’uso del termine viene esteso.

Spesso si sottovaluta il fatto che il problema del sionismo (in neolingua, come detto, “questione palestinese”) oltre a creare indicibili sofferenze a un popolo del quale si è tentato di negare perfino l’esistenza, è causa di grave instabilità proprio in una zona nevralgica da un punto di vista geopolitico e, di conseguenza, rende impossibile qualsiasi credibile prospettiva di pace.

La questione ambientale, meno controversa, viene interpretata più facilmente come un problema mondiale, quello che si tende a non fare è individuare l’attore globale maggiormente responsabile della situazione attuale, eppure, non ostante il tumultuoso aumento di produzione dell’industria cinese negli ultimi anni, l’impronta ecologica dello statunitense medio risulta ben cinque volte maggiore di quella del cinese medio.

Il solo dato statistico, però, non rende conto delle responsabilità degli USA, che sono ideologiche: la dottrina sviluppista guida la politica americana in maniera esplicita dal 1949 (discorso inaugurale del mandato di Harry Truman) e, nella sostanza, da molto prima.

Serge Latouche ci spiega che, in realtà, lo sviluppo “è l’occidentalizzazione del mondo, la guerra economica e la depredazione della natura”; allora si deve comprendere che la ricchezza non è un fine in sé senza legami con la lotta per il potere, riconoscere cioè la dimensione della guerra economica e chiedersi, in quest’ottica, quali Paesi sono da considerare aggressori e quali aggrediti.