LA RUSSIA SOTTO ASSEDIO

Trovarsi proprio all’indomani delle elezioni russe del 2 dicembre scorso per parlare di “Russia sotto assedio. La trappola cecena e i conflitti congelati” ha attirato l’attenzione di molti studenti dell’Università di Trieste e non solo. Lunedì 3 dicembre all’ateneo triestino si è, infatti, svolto un convegno con questo titolo organizzato dall’associazione culturale Strade d’Europa, grazie al contributo dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste, con il patrocinio del Coordinamento Progetto Eurasia e come primo appuntamento nel ciclo di seminari avviato da Eurasia. Rivista di studi geopolitici e che proseguirà in varie città fino al 2008 inoltrato.

Introdotti da Marco Bagozzi, vicepresidente del sodalizio ospitante, nella prestigiosa cornice dell’Aula Bachelet sono intervenuti Carlo Benedetti, storico corrispondente de l’Unità da Mosca ed autore del libro Il rischio Cecenia. Un incerto futuro tra guerre, genocidi, kamikaze e la nuova Russia recentemente uscito per i tipi Edup, Tiberio Graziani, direttore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, Filippo Pederzini e Luca Bionda, collaboratori della rivista nonché esperti di conflitti congelati.

Graziani ha inquadrato immediatamente l’argomento in un’ottica geopolitica, rifacendosi alla teoria mackinderiana dell’Heartland, la regione chiave per il controllo del mondo, la quale oggi grosso modo coincide con la Russia e attorno alla quale la presenza militare e non solo degli Stati Uniti si va facendo sempre più avvolgente.

Forte della sua pluriennale corrispondenza moscovita, Benedetti ha contestualizzato le vicende russe più recenti nei corretti canali interpretativi: ricordando innanzitutto la costante dualità nell’intelligentsia russa fra slavofili ed occidentalisti (impersonata in tempi recenti nei gruppi di potere raccoltisi attorno a Putin da una parte e a Eltsin in precedenza e all’improbabile Kasparov oggi dall’altra), quindi i passi avanti in senso eurasiatico compiuti da Putin e dal suo staff, i quali hanno rinsaldato i tradizionali buoni rapporti con l’India e si sono avvicinati all’altro colosso asiatico, quella Cina che è stata per lungo tempo antagonista di Mosca, vuoi per antichi contrasti, vuoi per l’azione statunitense avviata dalla diplomazia del ping-pong di nixoniana memoria. A fronte di questo rinnovato attivismo sullo scacchiere internazionale, Washington e le sue strutture hanno agito sul mosaico di stati e staterelli sorti sulle rovine dell’URSS nei primissimi anni Novanta: basi militari installate ai tempi dell’attacco all’Afghanistan e “rivoluzioni colorate” sono state gli strumenti dell’infiltrazione atlantista. Questo clima di assedio ha avuto per bersaglio un Paese che storicamente ha sempre avuto frontiere incerte ed insicure, facilmente valicabili e quindi vissuto sempre con la sindrome dell’accerchiamento: non è da poco considerare che il Cremino, centro nevralgico del potere, sia proprio una fortezza. In tale contesto, è riesplosa la questione cecena, oggetto del libro scritto recentemente da Benedetti e presentato nell’ambito del seminario al pubblico triestino. Si tratta di un contrasto secolare, nato con l’espansionismo zarista verso il Caucaso, proseguito in epoca comunista (la terribile deportazione staliniana sradicò il popolo ceceno che si temeva potesse collaborare con le avanzanti armate della Wehrmacht) e rinfocolato dall’improvvida esortazione di Gorbaciov ai popoli dell’Unione Sovietica in via di dissoluzione di prendersi più libertà possibile: a Grozny e dintorni la libertà cui maggiormente si aspirava era per l’appunto l’indipendenza da Mosca. Ecco quindi una guerra sanguinosa, combattuta non solo fra forze armate più o meno regolari, ma anche con il coinvolgimento di civili e l’applicazione di tecniche terroristiche. Se oggi la situazione sembra sotto controllo (alle recenti elezioni, Russia Unita ha raccolto in Cecenia il 90% dei consensi…), più che una “trappola”, Benedetti intravede il “rischio” che la lotta contro la Russia e per il controllo delle risorse locali venga riattivata in tempi brevi, magari per opera di quei think tank che si stracciano le vesti per l’indipendenza cecena e chiudono gli occhi sul quotidiano massacro che subiscono Gaza ed il popolo palestinese ad opera di Israele.Siamo in realtà solamente di fronte alla punta dell’iceberg di una conflittualità strisciante in Caucaso e dintorni, tanto fra gli Stati di recente indipendenza, quanto fra le repubbliche ancora appartenenti alla federazione russa. Questo ginepraio è stato visto da vicino da Bionda e Pederzini, i quali non solo lo hanno studiato, ma sono anche stati sul campo in veste di osservatori internazionali nell’ambito di importanti tornate elettorali. Pederzini in particolare nel luglio scorso è stato alle Elezioni Presidenziali del Nagorno Karabagh, piccola repubblica autonoma a maggioranza armena circondata dai rilievi montuosi dell’Azerbajdžan occidentale, dichiaratasi indipendente nel 1991 a termine di una sanguinosa guerra combattuta contro l’esercito azero: nel disinteresse delle principali fonti d’informazione occidentale, la piccola repubblica ha svolto in buon ordine questo significativo momento di partecipazione popolare ed ora cerca di sopravvivere nell’auspicio del riconoscimento internazionale del suo status. Riguardo quel che succede ai confini della Georgia, invece, ha relazionato Bionda, recatosi in Abkhazia nel marzo scorso, allorché si è svolto il primo turno delle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale, in attesa che la comunità internazionale, che tanto si prodiga nel contesto kosovaro, riconosca lo status d’indipendenza di questa regione: se gli scontri armati si sono conclusi nel 1993, sopravvivono ancora dispute confinarie. Sono questi due esempi dei cosiddetti “conflitti congelati”, cioè pronti a riaccendersi e a far quindi esplodere quella polveriera caucasica che quanto a complessità ed intrecci etnici e religiosi nulla ha da invidiare alla tumultuosa area balcanica.

 

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