Il Sacro e la Gerarchia
Usare determinate parole può provocare ai tanti “che ben
pensano”, un certo fastidio legato probabilmente al fatto che alcune
cose - per non si sa quale assurdo motivo – non dovrebbero essere
nemmeno pensate. Una delle parole che ha subito il maggior disprezzo da
parte di questa coltre errabonda di individui, è “Gerarchia”.
Se da una parte la memoria storica delle società gerarchiche è
stata cancellata, dall’altro lato si è fatto in modo di porre
un tabù su di esse in modo tale da non poter esser più prese
a modelli sociali dalle generazioni successive, stanche magari di essere
semplici numeri in un mondo schiacciante e livellatore. Grandissima colpa
di questo assurdo abbandono verso il superiore valore della Gerarchia,
è da attribuire anche alla Destra Moderna, che sempre più
spesso a preferito lasciarsi alle spalle i cardini del proprio pensiero
per rifugiarsi dietro a posizioni più comprensibili alle masse,
ma di scarsissimo effetto concreto per una trasformazione radicale della
società. La parola Gerarchia fa paura: fanno paura le ombre che
parrebbero prospettarsi ogniqualvolta si parli del Valore Gerarchico,
spauracchi di un passato che è soltanto leggenda, fanno paura le
rappresentazioni scenografiche di monarchi assoluti, di despoti sanguinari
che avvalendosi della propria superiorità universale, impongano
il loro assoluto dominio sulla povera moltitudine ridotta ad essere schiava.
Nessuno però - tra i tanti dispensatori di “pensiero moderno”
- si è mai posto il problema di che cosa davvero significasse il
termine Gerarchia o di quale reale applicazione esso fosse detentore.
Il termine Gerarchia deriva dal greco, ed è composto dalle parole
Archè (governo) e Hieros (sacro). La parola Hieros è la
giusta chiave di lettura per ogni interpretazione di un Ideale Gerarchico
che si possa veramente definire tale. La Hieros Arché infatti non
è altro che quella particolare forma di governo, che in età
arcaica era rappresentata dal Sacro.
La Gerarchia era lo Stato del Sacro a cui tutti gli uomini erano chiamati
a subordinarsi - in quanto intoccabile per appartenenza divina (dal latino
sacer) - attraverso un ordine prestabilito secondo le proprie capacità
e volontà. Lo Stato Gerarchico non era determinato dal dominio
di un padrone assoluto a cui gli uomini erano forzatamente obbligati ad
assoggettarsi, al contrario esso era la naturale costruzione di un Regno
ove meglio venivano rappresentate le diverse abilità e capacità
del singolo, che pur subordinandosi spontaneamente a caste e categorie
sociali, rimaneva in ogni caso in perenne dialogo con le realtà
organizzate a lui superiori le quali da lui stesso dipendevano. (Naturale
a questo punto risulta essere la definizione di Stato Organico). L’individuo
non era un numero all’interno di un contesto politico massificato,
era invece un membro importante se non addirittura fondamentale per la
sopravvivenza stessa dello Stato in tutti i propri ambiti. Il contadino,
tanto per fare un esempio, aveva lo stesso onore del sacerdote e lo stesso
valore del guerriero, egli era rispettato e rispettoso in relazione alla
propria funzione di sostentamento della comunità. Ognuno aveva
bisogno dell’altro in riferimento di reciproco aiuto senza che qualcuno
dovesse tirare fuori ogni quarto d’ora la parola solidarietà,
parola che non era un facile abbigliamento politico di propaganda, ma
un naturale modo di essere e di agire in armonia con il prossimo e con
se stessi.
L’identificazione poi del Sacro è ciò che rende lo
Stato Gerarchico unico. La subordinazione degli uomini era una gioiosa
e volontaria partecipazione ad un ordine divino che avrebbe ispirato lo
Stato. La Gerarchia era il mondo degli Dei trasferito sulla Terra, era
la fede degli uomini che diventava legge, era il Sacro che si incarnava
sotto gli occhi di tutti così che ogni aspetto dell’esistenza
non era scandito dal puro fattore umano, ma vi era in esso una perenne
relazione (ed identificazione) con la divinità, con il Lògos.
La libertà era dettata dal superiore riconoscimento che veniva
dato all’Individuo, che nella fatica e nel lavoro, nel sudore e
nel sangue, trovava la propria Via verso la pura auto-realizzazione. Così
anche l’obbedienza, la disciplina e l’onore erano libertà
irrinunciabili proprie dell’Individuo che lo rendevano davvero Superiore.
Gli uomini moderni combattono per le proprie libertà e per il proprio
egualitarismo formale, non rendendosi conto che quello per cui combattono
altro non è che un modo per restare gocce all’interno di
un vasto oceano, semplici numeri all’interno della massa che irrazionalmente
vorrebbe porsi a paladina di libertà, le quali nemmeno giunge a
riconoscere oggi in pericolo.
A Sparta gli Homoioi (gli uguali) erano la classe dominante. Non avevano
né ricchezze particolari, né possedimenti terrieri (avevano
solo un appezzamento di terra per il sostentamento). Erano “uguali”
in quanto formalmente la legge li aveva reso gerarchicamente superiori
ad iloti e perieci. Nei banchetti comunitari mangiavano assieme ai loro
subordinati e sul campo di battaglia erano i primi a versare il proprio
sangue per la propria Patria e per i propri Dei. Il fuoco di Sparta era
Sacro, come sacro era tutto ciò che camminava su quella città.
Anche questa è Gerarchia e tutto questo noi non possiamo certo
rinunciare.