Salari e stipendi insufficienti: le inaffidabili promesse della campagna
elettorale e gli interessi
dei più forti
Dalle enclosures del mille e cinquecento agli slums di disperati nelle città industriali della prima rivoluzione capitalista, fino all’Italia di oggi, in cui l’aumento incontrollato dei prezzi, la mondializzazione dell’economia e il degrado nella gestione della cosa pubblica ri-proletarizzano una parte rilevante del così detto “ceto medio”, nuove povertà e disagio sociale profondo non hanno mai cessato di farla da padroni … Karl Marx sembra prendersi dunque una triste rivincita su Max Weber, proprio qui, oggi, in Italia, dove è in atto da almeno un quinquennio un processo di “brasilianizzazione” della società che rischia di interessare i due terzi della popolazione, coinvolgendo in modo particolare il mondo del lavoro dipendente.
Nella gran sceneggiata della campagna elettorale italiana per le prossime
politiche torna finalmente di attualità un problema reale, che
nessuna rilevazione statistica addomesticata può più nascondere:
la questione salariale, volutamente e colpevolmente dimentica dalla politica
per oltre un quinquennio, e cioè per tutto quel lungo periodo in
cui si è irrimediabilmente deteriorato il potere d’acquisto
di tali redditi.
Se al primo albore del secolo, a fronte dell’introduzione dell’euro
nella circolazione monetaria e dell’impennata conseguente di tutti
i prezzi e tariffe, si è cercato furbescamente di negare il problema,
arrampicandosi sugli specchi e adducendo scuse penose, quale quella della
“inflazione percepita” e della pura percezione, quindi, di
un impoverimento rapido e progressivo che non avrebbe dovuto corrispondere
alla realtà dei fatti, oggi che il problema non si può più
negare – data l’evidente ampiezza e le dimensioni sociali
che ha assunto, nonché gli effetti negativi che provoca sul mercato
interno – ambedue gli schieramenti politici del sistema cercano
di utilizzarlo, in campagna elettorale, per i loro scopi.
Le promesse berlusconiane e veltroniane, pur costituendo in sé
un palese riconoscimento della gravità del fenomeno, hanno l’efficacia
terapeutica di un cucchiaio di sciroppo alla presenza di una chiara diagnosi
di bronco-polmonite cronica, non mettendo in discussione nella sostanza
le politiche fiscali e re-distributive della ricchezza adottate né,
tanto meno, i fondamenti della legge che ha introdotto il flagello della
precarietà di un lavoro sotto-pagato nella nostra società,
ma proponendo – essenzialmente – quanto segue:
1) Salario minimo per i precari, nella misura di 1.000 o 1.100 euro mensili
(Veltroni).
2) Detassazione degli straordinari (Berlusconi).
3) Detassazione dei premi aziendali e delle tredicesime (ancora Berlusconi).
A queste misure-palliativo – che non potranno non essere verificate
anche alla luce degli interessi confindustriali e dei continui “richiami”
all’Italia di FMI e Commissione europea – si aggiungono altre
misure, indirette, che dovrebbero essere ugualmente volte a sostenere
il potere d’acquisto dei redditi da lavoro dipendente.
Fra queste ultime possiamo ricordare quello che è ormai diventato
un cavallo di battaglia del venditore di sé stesso Berlusconi:
l’azzeramento dell’ICI sulla prima casa.
Si sprecano, naturalmente, richiami per lo più generici a misure
di sostegno per le donne in quanto tali e presumibilmente svantaggiate,
per le famiglie a beneficio di una ripresa della natalità, per
quegli interventi pubblici che credevamo ormai dimenticati, quali l’edilizia
popolare.
L’ex primo cittadino della capitale sembra particolarmente attivo
in questo ambito, con la proposta di un assegno annuale di 2.500 euro
per ogni nuovo figlio che non sarà – ha giurato il predetto
davanti alle telecamere – soltanto una misura una tantum.
Lo stesso attore della sceneggiata elettorale si sbilancia anche con la
promessa di asili-nido economicamente accessibili, per tutte le mamme.
Berlusconi, da parte sua, preferisce spingere sul tema del recupero dell’edilizia
popolare, per offrire case d’abitazione a basso costo ai giovani,
affinché non invecchino nella triste condizione di “bamboccioni”.
Davanti a tanta buona volontà, nei confronti dei lavoratori e del
popolo tutto, dobbiamo però diventare un po’ sospettosi e
porci delle domande, per non restare in seguito amaramente delusi …
Ripartiranno veramente i lavori pubblici, in un tentativo quasi keynesiano
di affrontare una crisi di potere d’acquisto che rischia di portare,
alla lunga, a gravi insufficienze di domanda sul mercato interno?
E’ dunque finita l’illusione che le esportazioni, rinvigorite
da chissà quale ritrovata efficienza del sistema delle imprese
e a prescindere, nell’immediato, dal potere d’acquisto a disposizione
dei lavoratori italiani sul mercato nazionale, potranno farci sopravvivere
alla globalizzazione e risolvere i nostri problemi?
Ci si è finalmente accorti, anche in Italia, che in un’età
dominata dal capitalismo internazionalizzato, anarchico, ostile a qualsivoglia
re-distribuzione della ricchezza, non ha senso cercare una correlazione
diretta fra salari e produzione/produttività, ma vale esclusivamente
il principio della comparazione dei costi – autentica tara originaria,
presente nel DNA del capitalismo liberista – che spinge a comprimere
a livello minimo di sussistenza (o anche sotto tale soglia, se possibile)
la quota destinata ai salari?
Si utilizzerà intelligentemente la leva fiscale (e contribuitva)
per consentire almeno un parziale recupero del potere d’acquisto
delle retribuzioni?
Si andrà veramente oltre il limite dell’elemosina pubblica
a quelli che sono stati ipocritamente definiti “incapienti”,
per occuparsi finalmente di quel terzo di popolazione – facente
parte dell’ormai ex “ceto medio” – a rischio concreto
di approssimare la soglia della povertà effettiva nel prossimo
futuro?
Si mitigheranno i rigori sociali della diffusa precarietà, non
soltanto giovanile, con un primo intervento di salario minimo?
Almeno a parole, sembra di sì … e di parole ce ne hanno già
propinate un fiume in piena, i due pregevoli candidati premier.
Nel prosieguo della campagna elettorale quei due, con buona probabilità,
andranno oltre e si sbilanceranno ancor di più se sondaggi elettorali
lo consiglieranno, consapevoli che la trattazione di questi temi e soprattutto
la risoluzione di simili problemi non potrà più essere rinviata,
come è stato fatto colpevolmente fino ad ora … ma anche coscienti
che dopo, chi di loro vincerà, dovrà fare i conti con i
poteri forti, con gli organi della mondializzazione economica ed anche
con la consorteria confindustriale, che ne determineranno concretamente
le politiche, magari imponendo una decisa “marcia indietro”
rispetto al fiume di promesse elettorali di questi giorni.
Infatti, la commissione europea non ha perso occasione per ricordare all’Italia
che eventuali “tesoretti” – accumulati dalla coppia
Prodi-Schippa in buona misura con l’accresciuta pressione fiscale
e l’ulteriore “scippo”, alla fine dell’anno precedente,
delle già misere tredicesime dei lavoratori – dovranno essere
impiegati per la riduzione del debito pubblico, nell’ottica socialmente
spietata dei parametri di Maastricht …
Lo stesso azzimato aristocratico, Luca Cordero di Montezemolo, ha ammonito
nell’ultima decade di gennaio, che nonostante la “positiva”
conclusione del contratto nazionale dei metalmeccanici – i lavoratori
forse più maltrattatati, nei precedenti rinnovi contrattuali e
in parte anche in questo, e sicuramente più traditi dai vertici
sindacali – si poteva fare di più, al di fuori di una visione
delle cose tradizionale, perché non si deve ragionare più
all'interno di rigidi contratti nazionali che non tengono conto delle
diversità geografiche e delle imprese, proponendo di fatto (pur
con la consueta eleganza che si addice al personaggio) il superamento
della garanzia dei contratti nazionali di lavoro e la reintroduzione,
in Italia, delle famigerate “gabbie salariali”, molto in voga
negli anni cinquanta dello scorso secolo.
In sostanza gli industriali, per bocca del brillante “ferrarista”,
mostrano di sognare il ritorno ad un passato ormai remoto, che gli consentirebbe
di proseguire ancora per un poco nella pratica della compressione dei
costi, in particolare di quello del lavoro, alla base delle loro fallimentari
strategie difensive nell'epoca della mondializzazione selvaggia e dell’inesorabile
perdita di competitività internazionale del nostro malconcio sistema
produttivo.
Come se non bastasse, il leader confindustriale ha in seguito ammonito
che eventuali extra-gettiti dovranno essere impiegati, non per ridare
fiato ai lavoratori italiani impoveriti – che tendono ormai a diventare
una maggioranza assoluta nel paese – ma per ridurre il debito pubblico,
mostrandosi, in questo, in evidente accordo con l’euro commissario
Almunia.
Altro che sostenere il potere d’acquisto di salari e stipendi!
E’ chiaro che nella realtà, un nuovo governo dovrà
tener conto sia dei pressanti “consigli” che vengono dalla
commissione europea e dallo stesso FMI, sia delle fin troppo chiare parole
di Luca Cordero di Montezemolo …
Rimane il fatto che il punto 1 veltroniano, di cui all’inizio della
presente trattazione, come anche i due punti successivi – i quali
ultimi riflettono bene l’intenzione berlusconiana di concedere un
vantaggio in primis alle imprese, piuttosto che ai lavoratori, spingendo
principalmente sulle voci variabili delle retribuzioni e su quelle che
derivano dalla contrattazione aziendale – richiederanno necessariamente
un’adeguata copertura in termini di risorse pubbliche, essenzialmente
perché, se si impone un salario minimo ai datori di lavoro, è
necessario offrigli qualcosa in cambio, magari qualche vantaggio fiscale,
contributivo o di altro genere (compensazione dei crediti IRES?) e le
detassazioni tout court comportano la puntuale ricerca e l’individuazione
di fonti alternative di gettito, o quantomeno di aree di possibile risparmio
di costi nella pubblica amministrazione … di questi importanti aspetti
della questione, naturalmente, i due candidati hanno parlato in modo ben
poco organico e dettagliato.
Forse si pensa all’opportunità – senza dirlo esplicitamente
– di tagliare ancor di più i trasferimenti agli enti locali,
con il conseguente aumento delle varie IRPEF comunali e regionali, oppure
si fa troppo affidamento, almeno dalla parte del Kennedy italiano, su
non ancora quantificati “tesoretti” lasciati in eredità
dalla precedente gestione.
Come se tutto ciò non bastasse, Veltroni – probabilmente
in vena di far sensazione e di surclassare sul suo terreno il competitor
liberal-liberista – ha annunciato una diminuzione, a partire dal
2009, di tutte le aliquote IRPEF di un punto l’anno per tre anni,
ponendo, se ciò dovrà miracolosamente concretizzarsi, un
ulteriore, serio problema di copertura del diminuito gettito fiscale e
un indubbio problema di giustizia fiscale: infatti, se il vantaggio per
un reddito imponibile annuo di ventimila euro sarà in tale caso
di pochi spiccioli, che non aiuteranno chi già ora arranca, ben
più consistente e significativo in valore assoluto diventerà
per un reddito di cinquecentomila euro …
Da quel che mi risulta, nessuno ha parlato fino ad ora di un innalzamento
della soglia di esenzione dalla tassazione dei redditi personali –
no tax area, per gli anglofoni – ma non è escluso che arriveremo
anche a questo.
Molto sul vago, naturalmente, le intenzioni di lotta alla vera, grande
evasione fiscale
La conclusioni che possiamo ricavare, da questo guazzabuglio di proposte
e di promesse dal chiaro sapore elettoralistico in rapporto con la dura
realtà, sono in estrema sintesi le seguenti:
a) L’impressione iniziale che si tratta soltanto di misure palliative,
poco efficaci e non volte a risolvere il problema dell’insufficienza
del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, è confermata
dal fatto che non incidono in profondità sulla struttura di questi
ultimi e non mettono minimamente in discussione la pratica e la crescente
diffusione dei contratti atipici. Basti pensare che le misure proposte
da Berlusconi hanno la veste della detassazione, gradita in primo luogo
alle imprese, e investono in molta parte voci variabili della retribuzione
(straordinari) e compensi che sono frutto di trattative a livello aziendale
(premi aziendali) e l’aumento del salario minimo per i precari,
dalla parte di Veltroni, di fatto ri-legittima e perpetua l’uso
e l’abuso di tutto il ventaglio dei contratti atipici, nonché
del lavoro a termine. Il vero problema è che negli ultimi anni
il peso delle voci variabili stipendiali – per loro natura incerte,
o legate a risultati attesi e “produttività” spesso
volutamente irraggiungibili, o non ripetibili in futuro – è
cresciuto significativamente, sottraendo reddito e sicurezza economica
ai lavoratori, nel mentre si è diffusa la precarietà, per
il solo vantaggio dei percettori di profitti e dividendi, sostituendo
progressivamente i posti di lavoro stabili, e quindi veri, con lavoro
temporaneo, sotto-pagato e ricattabile. Anche l’attacco alla contrattazione
collettiva è reso possibile, in effetti, da rapporti di forza ormai
completamente squilibrati, fra lavoratori e datori di lavoro. Ma questo
“degrado” complessivo, in atto da oltre un decennio, ha tratto
a sé inevitabilmente altri effetti negativi – che vanno oltre
il mero dato economico e retributivo – quali il drammatico incremento
degli incidenti e delle morti sul lavoro, il deterioramento dei legami
di fedeltà fra lavoratori e aziende, la minor solidarietà
fra colleghi nel lavoro, l’aumento indotto della competitività
fra “poveri”, con conseguente deterioramento dei rapporti
anche da un punto di vista umano, etc. etc.
b) Le altre misure proposte dal duo di sistema Veltroni-Berlusconi, che
dovrebbero migliorare il tenore di vita delle classi lavoratrici e subalterne,
sono altrettanto frammentarie e insufficienti, non certo originate da
organici disegni di riorganizzazione della finanza pubblica, del sistema
fiscale, della pubblica amministrazione e non dovute ad un complessivo
ripensamento della politica sociale, ma bensì ad una demagogia
terminale e fine a sé stessa, ormai caratteristica delle campagne
elettorali italiane, che non si cura troppo della fattibilità dei
progetti e della necessità dell’individuazione di una copertura
finanziaria per attuare nel concreto i medesimi … si tratta, quindi,
della solita minestra riscaldata che oltretutto difficilmente “gusteremo”.
Asili nido per tutti, edilizia popolare e riduzione di tutte le aliquote
dell’imposta personale sui redditi devono esser visti essenzialmente
in quest’ottica.
c) Gli interessi degli organi della mondializzazione che ci tengono sotto
tiro e quelli dell’imprenditoria italiana, riunita sotto le onuste
bandiere della confindustria, vanno in senso decisamente opposto, rispetto
alle “buone” intenzioni apparentemente manifestate dai due
competitor in lizza … e alla fine saranno le regole di Maastricht
e le impellenti esigenze di quella che il professor Gianfranco La Grassa
chiama, non senza qualche ragione, Industria Decotta a prevalere su tutto
e tutti … anche sui due principali attori della sceneggiata elettorale.