La dissoluzione della sinistra di sistema in Italia

 

Mentre la farsa della politica italiana sta giungendo velocemente al culmine e i veri nodi della situazione economica e sociale del paese stanno venendo al pettine, si concretizzano sempre di più le prospettive di una completa dissoluzione, a breve termine, della parte sinistra dello schieramento politico istituzionale, erede del vecchio arco costituzionale di anti-fascista memoria.

Qualche mese fa la mazzata più violenta è arrivata al penoso cartello elettorale della sinistra arcobaleno – detta “radicale” più per le sue dichiarazioni talvolta roboanti e non in linea con la politica del governo di cui le sue variegate componenti facevano parte, che per un suo reale interesse a risolvere i gravi problemi dei ceti sociali più deboli –, cartello che è completamente scomparso dalla ben pagata serie A, cioè dal parlamento della repubblica, essendo stato confinato in serie B o C, ossia nelle numerose amministrazioni locali di ogni ordine e grado, e nuovamente scomposto in parti, partitini e correnti interne, in un processo di atomizzazione che sembra irreversibile.

Nel prossimo futuro l’avversa sorte investirà come un’onda d’urto disgregatrice il novello partito democratico d’Italia – ultimo baluardo parlamentare della “sinistra” – dato che le premesse affinché ciò avvenga ci sono tutte e la manifestazione dell’otto di luglio a Piazza Navona, negli intenti degli organizzatori ritualmente anti-berlusconiana, non ha fatto altro che confermarle clamorosamente, dando un’acellerazione alla crisi del nuovo partito unico del centro-sinistra.

Coloro che si sono mascherati da partito democratico, sotto la guida del critico cinematografico Veltroni – già fallimentare direttore de L’Unità e disastroso sindaco di Roma – sono ormai in completo subbuglio, causa il malcontento della componente ex-democristiana e i conseguenti attacchi, da un lato, dalla stampa cattolica [attraverso le pagine del settimanale Famiglia Cristiana, che bene ha espresso l’insoddisfazione interna al Pd dei così detti teodem, e cioè l’alternativa “democratica” italiota ai noti theoconservative] e dall’altro delle invettive di un’inquieta e confusa piazza micro-mediatica, espressione delle forze gauchistes girotondine e salottiere, con nomi di spicco quali Flores d’Arcais, leader storico dei micromeghini, e il regista cinematografico Nanni Moretti, che i girotondi li pratica da tempo, e poi dei blogghisti di un Beppe Grillo sempre più virtuale, il cui ologramma è richiesto quanto quella del big brother di orwelliana memoria, insieme ai fans assetati di insulti della poliedrica cabarettista Sabina Guzzanti.

Come se tutto questo già non bastasse, il quadro d’insieme si è complicato con intromissioni dipietriste e la piena solidarietà o la presa di distanza successiva di illustri accademici, giornalisti e intellettuali – quali, ad esempio, il professor Piergiorgio Odifreddi, massimo esperto del teorema dell’indecidibilità di Goedel in Italia e abituato a dare del cretino ai cattolici, quelli del Pd compresi, dichiaratosi solidale fino in fondo con la Guzzanti , e Furio Colombo, contestatore di Grillo ma “ammiratore” di Napolitano al punto tale di volergli dedicare una standing ovation – i quali sono niente altro che burocrati della cultura nostrana “di regime” o noti furbastri televisivi.

Il furore iconoclasta anti-governativo del musicista Moni Ovadia, ossessionato da un nuovo, presunto pericolo fascista, si è sovrapposto alla grinta da capo-popolo del solito Tonino.

Probabile fine ingloriosa di un partito di plastica che doveva arrivare al governo del nostro malconcio staterello, dunque, dopo la débâcle del governo Prodi, rassicurando così i circoli dell’industria decotta, ben rappresentati dalla Marcegaglia, il sistema bancario di Draghi, componente essenziale dell’usurocrazia, l’onnipresente Goldman Sachs e i vari organi della mondializzazione che tengono sotto tiro questo disgraziato paese.

I predetti potenti, infatti, avrebbero preferito un’Italia sotto l’egida di Veltroni – tutta mostre del cinema e slogans entusiasmanti da campagna elettorale americana, per fuorviare il popolino – più confacente ai loro disegni e maggiormente prona nei confronti dei poteri forti, tutta da colonizzare e privatizzare integralmente, ENI ed ENEL compresi, o da svendere per un tozzo di pane come si voleva fare con la dissestata Alitalia, ma si sono dovuti accontentare della nascita, dopo la travolgente vittoria berlusconiana, di un “governo ombra” democratico e di un certo, iniziale e fin troppo garbato dialogo con la nuova maggioranza pidiellino-leghista, bizzosa e meno controllabile, talvolta non indirizzabile nel senso voluto.

L’eretico Tremonti, con le sue proposte di Robin Hood tax – per quanto inani da un punto di vista della giustizia sociale –, con le sue velleità insoddisfatte di ridiscutere le pesanti regole comunitarie europee, fa rimpiangere il duo Padoa-Schioppa Visco e probabilmente preoccupa anche gli stessi, potentissimi, bilderbergers, nonché i banchieri alla Mario Draghi, oltre che i commissari europei e l’ultra-liberista Francesco Giavazzi, che per loro conto difende a spada tratta globalizzazione, distruzione dell’apparato produttivo nazionale e iniquità sociale dalle pagine de Il Corriere …

Durante la campagna elettorale sembrava che il Pd si fosse materializzato dal nulla, provenendo da un’altra dimensione o rivendicando un'improbabile illibatezza dovuta ad improvvisi ed ascosi nascimenti, senza aver niente a che vedere con i misfatti prodiani o le comode poltrone ministeriali occupate dai suoi esponenti di spicco ed è molto probabile, quindi, che nel nulla ritorni, non prima di aver divorziato dagli imbarazzanti dipietristi – presenti con i detrattori di Veltroni e Napolitano a Piazza Navona – per tentare in una mossa estrema di avvicinarsi, nel solito gioco di bizantinismi e di convenienze politiche tutto italiano, al centro dell’astuto e opportunista Casini.

La splendida solitudine dei nuovi democratici, popolata di slogans pubblicitari e ingiustificato ottimismo sulle sorti della comunità nazionale – prodotto del frettoloso riciclo di apostati comunisti, di sinistroidi obnubilati, di eredi della tremebonda sinistra DC, di pensionati dell’arci o aclisti e prodiani nostalgici, con una spruzzata di radicali ed atomi repubblicani – oltre ad aver contribuito ad affondare la sedicente sinistra “radicale”, sottraendole vitali consensi [cosa che non commuove alcuno, tanto meno i lavoratori dipendenti impoveriti e i precari super sfruttati, o la popolazione campana, afflitta da gravi e reali emergenze igienico-sanitarie] e ad aver liberato in parlamento e sulle piazze gli istinti giustizialisti di Antonio Di Pietro, finirà per ritorcersi contro gli stessi creatori del raffazzonato monstre politico, primo fra tutti il suo leader e italian Kennedy Walter Veltroni, maistatocomunista e, verrebbe da aggiungere, maifattounacosagiusta.

Per non parlare di altre insidie, che sono spuntate come funghi sulla strada dell’infante partito democratico, quali la fronda dalemiana da tempo in atto, che ha contribuito alla mancata elezione di Rutelli come sindaco di Roma e ha portato alla costituzione dei riformisti e democratici, con tanto di logo tricolore presentato al pubblico, e l’aperto malcontento – oltre che dello stesso Rutelli – di Arturo Parisi e dei seguaci di Prodi, uomo di Goldman Sachs in Italia, non a caso fondatore e primo presidente del Pd, ormai pensionato e costretto a fare il nonno perché non più “spendibile” nell’attuale quadro politico di Finis Italie.

Lo stesso dialogo, intriso di anglosassone fair play con la dilagante maggioranza di centro-destra – il cui capo e fattore unificante è e rimane il pluri-inquisito Berlusconi, attento come sempre alle proprie vicende giudiziarie – si è rivelato ben presto un boomerang, con il decreto salva-processi, o meglio blocca-processi, a sua volta bloccata e il lodo Alfano, che pone le alte cariche dello stato al di sopra della legge degli uomini, divinizzandole, comunque approvato dalla maggioranza.

Piazza Navona, in quel otto di luglio da poco trascorso, attraversato dalle profonde contraddizioni che rendono bene l’idea dello stato confusionale in cui è piombato il così detto popolo di sinistra, o quanto meno le sue scassate avanguardie – un tempo proletarie e operaie, ma ora decisamente piccolo borghesi o addirittura salottiere e girotondaie – altro non è che la goccia che contribuisce a far traboccare il vaso, avvicinando il momento della completa dissoluzione della “sinistra di sistema” in Italia e della fine politica di Walter Veltroni, il quale sarà finalmente libero da impegni in questo paese e potrà andarsene in Africa, suo sogno dichiarato, a vedere come vivono i veri poveri del mondo, a toccare con mano gli effetti concreti dell’americanismo che lo pervade, anziché continuare a bearsi nei privilegi di casta e nel lusso, che mai come in questo caso sono assolutamente immeritati.