Il ruolo politico della terra.
La recente decisione del Presidente venezuelano Chavez di istituire una Commissione per distribuire fra i “campesinos” le terre espropriate al latifondo riporta d’attualità il problema della terra, dell’importanza che questo elemento naturale riveste ancora da un punto di vista economico e sociale, al di là di tutte le affascinanti interpretazioni mitico-simboliche.
Andando a ritroso nella storia, sembra particolarmente interessante rilevare come il possesso della terra sia stato al centro di questioni politiche e militari a metà del XIX secolo. Cominciando l’analisi da regioni a noi più vicine, come non ricordare l’episodio di Bronte, in cui una folla di contadini siciliani si scatenò contro i grandi proprietari terrieri, convinta che l’arrivo di Garibaldi avrebbe portato ad una Repubblica dai forti contenuti sociali ed il cui primo passo sarebbe poi stato per l’appunto la distribuzione della terra fra i contadini. Che poi l’incontro di Teano abbia portato a tutt’altri esiti (annessione al Regno di Sardegna, coscrizione militare, brigantaggio, decimazione) è storia nota. D’altro canto l’Impero Absburgico, minacciato dalle rivolte di matrice massonico-borghese ammantate di carattere nazionale, riuscì a slegare la nobiltà insorgente dalle masse popolari concedendo proprio la liberazione dalla servitù della gleba. E così il bano Jellacic marcerà su Budapest alla testa dei contadini croati redenti, ponendo simbolicamente fine a quella “Primavera dei popoli” che doveva scardinare gli assetti geopolitici dell’epoca. Non diversamente si comporterà lo Zar nei confronti dei contadini polacchi che finiranno per rivoltarsi contro la nobiltà militare che aveva attivato svariati tentativi insurrezionali per tornare ai fasti napoleonici del Granducato di Varsavia. Se nel breve periodo siffatti interventi portarono benefici alle compagini imperiali, a lunga scadenza si rivelarono nocivi in quanto avviarono la polverizzazione del sistema agricolo che aveva consentito una dignitosa sopravvivenza a famiglie intruppate nelle comuni contadine e che poi da sole si rivelarono incapaci di sostentarsi. Specie nelle regioni meridionali delle Russie sopravvissero forme di cooperazione e di “comuni di villaggio”, altrove la popolazione si spostò dalle campagne alle città, andando ad ingrossare le masse di disoccupati e di manodopera a basso costo che costituirà la bassa manovalanza per l’avvio dell’industrializzazione del Paese, un po’ come accadde nell’Inghilterra del 1700 in seguito all’acquisizione da parte della nascente borghesia dei “common fields” su cui si basava gran parte della sussistenza delle comunità rurali. Ma l’evento forse più drammatico in tal senso avvenne con la Guerra di Secessione americana del 1861-65, in cui si contrapposero più che due concezioni dell’uomo (democratica e schiavista: già allora la retorica imperava a Washington e dintorni…), due approcci all’economia. Gli Stati del nord erano prettamente industriali, liberoscambisti alla ricerca di sbocchi per la loro produzione e alla ricerca di manodopera da convogliare nelle nascenti fabbriche e per cui non era sufficiente il continuo afflusso di disperati dal Vecchio Continente. A sud, invece, prosperava l’economia intensiva, in cui, specie nelle piantagioni di cotone, non era ancora possibile pensare di applicare una automazione della raccolta, vista la delicatezza manuale richiesta dalle operazioni e non vi era alcun interesse ad aprirsi al commercio estero. Insomma, si trattava della contrapposizione fra il placido scorrere del Missisipi ed il vertiginoso processo di industrializzazione delle nascenti megalopoli del nord. Che poi migliaia di schiavi negri affrancati siano morti di fame elemosinando un posto di lavoro nelle maleodoranti periferie dei borghi industriali, è cosa poco nota, laddove in precedenza era interesse del proprietario terriero oculato avere una forza lavoro sana e produttiva e quindi la “Capanna dello zio Tom” può essere vista come il primo sapiente esperimento di strumentalizzazione dell’informazione. Come potrebbe poi essere definito “razzista” uno Stato, o meglio, una Confederazione di 12 Stati sulla cui bandiera la tredicesima stella simboleggiava le Nazioni pellirossa che dovendo scegliere da che parte schierarsi non ebbero dubbi e furono accettate tranquillamente nelle fila delle giacche grigie con tanto di unità combattenti autonome e comandate da ufficiali di origine indiana. Tanto è vero che due mesi dopo la capitolazione di Appomatox l’ultima unità combattente ad arrendersi fu proprio la Indian Cavalry Division comandata dal nativo Stand Watie…
Bibliografia:
A. Tamborra “L’Europa Centro-Orientale nei secoli XIX-XX”, ed. Vallardi, Milano 1973, vol. I
N. V. Riasanovsky “Storia della Russia”, ed. Bompiani, Milano 1994
D. Venner “Il bianco sole dei vinti. L’epopea sudista e la guerra di secessione”, ed. Settimo Sigillo, Roma 1980