Tolkien mito europeo

L'uscita della trilogia di Peter Jackson ha ravvivato l'interesse per l'opera di Tolkien e anche il dibattito sui suoi veri o presunti significati politici.

Tra i libri usciti successivamente al Ritorno del re, atto finale della trilogia, vi è quello edito da Minimum fax col titolo L'anello che non tiene, il cui sottotitolo è Tolkien tra letteratura e mistificazione, arrivato nelle librerie nel settembre del 2003. Obiettivo dichiarato degli autori, il filologo Lucio Del Corso e il filosofo Paolo Pecere, è dimostrare l'infondatezza del legame tra la produzione tolkieniana e il pensiero politico di destra, che circoscrivono alla sola realtà italiana e definiscono come un'appropriazione indebita.

Qui la parola destra è usata in senso molto ampio, citando anche il riferimento a Tolkien presente nel sito internet del Movimento dei giovani padani , forse se scrivessero il libro oggi parlebbero anche di Gabriella Ceneri, candidata UDC alle recentissime elezioni regionali nelle Marche, che ha largamente usato Tolkien nella sua campagna elettorale.

Il libro si concentra però maggiormente, com'è ovvio, sull'area della destra cosiddetta neofascista o postfascista: ciò che Del Corso e Pecere non riescono proprio a mandare giù è la rilettura, dovuta a intellettuali vicini alla destra, Gianfranco de Turris su tutti, dell'opera di Tolkien in chiave evoliana.

Certamente c'è una parte di ragione nella loro critica, ma è anche vero che nei messaggi di questi due uomini di cultura, pur diversissimi, si possono trovare delle consonanze. Ciò che traspare è che gli autori apprezzano molto il professore di Oxford quindi considerano blasfemo il suo accostamento a Evola, il quale in certi ambienti è considerato impresentabile. Le cose andarono molto peggio quando la Rusconi, all'inizio degli anni '70, immise sul mercato italiano il Signore degli anelli e la critica letteraria italiana, Umberto Eco in testa, lo bollò come oscurantista e reazionario, come a dire fascista e, di conseguenza, brutto.

L'idea di fondo dell' Anello che non tiene è in parte condivisibile poiché in qualche caso si sono verificate esagerazioni e strumentalizzazioni, seppure scritte comparse sui muri delle città italiane, del tipo "Onore al camerata Frodo", sembrino poco più che uno scherzo goliardico. L'intuizione migliore di tutto il libro è che Tolkien abbia costituito per i giovani di destra una scorciatoia utilizzata per uscire da una situazione soffocante, anche se personalmente non concordo nel vedere in ciò un comportamento intellettualmente disonesto.

I campi Hobbit, che furono una cosa a metà tra una festa di partito e una sagra, e non un raduno di pericolosi terroristi come qualcuno li ha dipinti, non nacquero nell'orbita dell'MSI ma in quella del movimento giovanile che a esso si riferiva, il Fronte della Gioventù. L'MSI era nei primi anni '70 un

partito frusto, caratterizzato dal nostalgismo, dal reducismo, anacronisticamente ancorato al vecchio regime mussoliniano. I dirigenti Almirante e Michelini avevano fornito forse un'unica, vera, novità politica, la condanna delle leggi e delle persecuzioni razziali: giova ricordarlo, considerando che c'è chi si vanta di aver portato in una certa area politica una novità in realtà vecchia di quasi mezzo secolo. A parte questo distinguo, importantissimo ma isolato, l'MSI si era in pratica accontentato di essere testimone dei bei tempi andati, all'insegna del motto "non rinnegare e non restaurare". Ai più giovani, nati dopo la seconda guerra mondiale, questo non poteva bastare, infatti furono loro a introdurre l'idea di Europa Nazione e solo successivamente il partito li seguì, furono ancora loro a scoprire Tolkien ma questo, agli adulti del partito, non piacque granchè; lo considerarono una perdita di tempo, un infantilismo e nulla più.

Invece per un giovane del Fronte Tolkien era una boccata d'aria fresca e, se non lo si poteva certo arruolare, si poteva però aderire al modello che le sue opere indicavano, si poteva offrirsi, per così dire, di entrare nella Compagnia. Numerosi sono i motivi per cui i giovani dell'effedigì si innamorarono del Silmarillion, de Lo Hobbit, del SdA e così via, visto il titolo di questo incontro prenderò in considerazione tre punti che paiono strettamente legati all'idea di Europa Nazione.

1) La transnazionalità. I nove della Compagnia rappresentano razze e etnie diverse, superano vecchie diffidenze e divengono amici lottando insieme per un bene comune, una meta sovraordinata, un principio che trascende la loro diversa origine. Questo è un tema anche evoliano: il barone nero vedeva come un limite l'incapacità di andare oltre il nazionalismo.

2) L'unità linguistica. Le diverse razze che popolano il submondo tolkieniano parlano varie lingue ma conoscono una lingua corrente che consente di comunicare tra loro, i più colti conoscono anche l'elfico, lingua delle origini dalla quale le altre discendono. Forte è il parallelismo con le lingue europee che sono di comune origine indoeuopea. Dumezil, uno dei maggiori studiosi del mito indoeuropeo, sosteneva che la comune radice linguistica delle popolazioni europee, convogliasse somiglianze culturali e di mentalità, magari inconsapevoli, poiché una comunanza linguistica comporta anche una comunanza di termini adoperati per esprimere nozioni sostanziali e, implicitamente, un posizionamento in strutture analoghe.

3) L'unità religiosa. In Tolkien convivono un'anima cristiana e una pagana. Il suo paganesimo è, al contrario di quello contro cui inveiva il Cristo nei Vangeli, profondamente spirituale, per dirla con le parole del suo amico e collega Clive Lewis, era "un annuncio inconscio del Cristo", "il senso di Dio proprio delle religioni precristiane". Il cristianesimo era pur'esso alto, spirituale, un cristianesimo non del peccato o dei sensi di colpa, ma della Grazia, che non esclude l'eroismo, in talune circostanze anche di tipo guerriero. Nietzsche affermava che la colpa più imperdonabile del cristianesimo era stata combattere gli spiriti più forti, i migliori: ebbene tale critica non si attaglia al cristianesimo di Tolkien, fondato su una gerarchia spirituale.

Cosa pensava Tolkien di ciò che stava fuori dall'Europa? Nella raccolta di sue lettere pubblicato postuma al cura del figlio col titolo La realtà in trasparenza vi sono molti passi interessanti al riguardo. Nella lettera 53 definisce Stalin "un vecchio assassino assetato di sangue", nella lettera 77, parlando della guerra fredda, si dice convinto che una vittoria americana sarebbe stata nel complesso cosa migliore per l'umanità, esprime però preoccupazione per la crescente diffusione della cultura di massa di stampo statunitense: quasi un discorso da no-global ante litteram, come del resto molti discorsi di Ezra Pound (c'è da aggiungere che uno degli slogan del FdG dagli anni '70 in poi recitava "no al mondialismo").

Sulla base di ciò che ho evidenziato nonchè della lezione di Karl Kerenyi per cui il mito non spiega nulla, bensì fonda, concludo affermando che, se avessi dovuto scrivere di mio pugno il famoso preambolo sulle radici filosofiche, politiche e religiose dell'Europa, avrei usato un'unica, agile frase:

L' Europa è tolkieniana !