Giulio Tremonti,

La paura e la speranza,

Mondadori (2008), pag. 112

Leggendo quest'opera di Giulio Tremonti, che sembra prendere le mosse dalla più datata Rischi fatali ma si spinge ben oltre i limiti di quest'ultima, si deve ammettere che i contenuti sono superiori alle aspettative, tanto da provocare nel lettore un senso di sincero stupore, dovuto al fatto che un importante politico italiano e quindi un uomo “di sistema” – quale è indubbiamente l'autore – sembra aver fatto pubblicamente il grande salto, presentandoci la sua Welthanschauung così com’è oggi, più vicina per certi versi a quella dei cultori e dei propagandisti della decrescita e del doposviluppo, nonché a quella dei settori più moderati del social forum, che alle posizioni di grandissima parte dell’agone politico italiano, a partire dal nuovista Veltroni e…perché no, da Berlusconi in persona, i quali non si sognano di mettere in discussione così apertamente il libero mercato.
L’ex vice presidente del consiglio del terzo governo Berlusconi sembra avvicinarsi ad una visione della società e della politica peculiare di quel tradizionalismo che ha osteggiato i processi di mondializzazione con lodevole preveggenza.
Se la rivoluzione mondialista è stata preparata da illuminati (niente a che vedere con la celebre setta?) e poi è stata messa in atto da fanatici che ne hanno provocato l’accelerazione e se la storia, in una delle sue grandi svolte quale è quella che stiamo vivendo, non sempre ci porta il bene, e il mondo può essere perciò governato anche dai demoni, il rimedio che Giulio Tremonti propone va ben al di là delle semplici misure protezioniste – rappresentate dai dazi e dalle quote d’importazione per la difesa dei sistemi economici europei – investendo in pieno la dimensione politica, morale e religiosa.
I richiami valoriali proposti dal nostro per uscire dal cul de sac della prevalente ideologia mercatista in cui l’Europa è finita – autentica degenerazione totalitaria del liberismo – sono in primo luogo il trinomio valori, famiglia, identità, riabilitando le tradizioni e la religione, nonché la famiglia tradizionale in contrapposto a quella “consumistica” e massificata delle unioni di fatto, ed esalta il ruolo della funzione protettrice e identitaria dei corpi intermedi fra lo stato e il singolo, quali le comunità locali, le piccole patrie, le associazioni.
Giulio Tremonti fra Serge Latouche e Alain de Benoist, dunque, piuttosto che fra Bossi e Fini? Vicino ad Edward Goldsmith più di quanto non lo sia a Berlusconi, quando denuncia il problema ecologico scatenato dalla globalizzazione, che amplifica la minaccia del biossido di carbonio e dei gas serra nell’atmosfera? Dalla parte del volontariato e del generoso no-profit, quando ne esalta il futuro ruolo in un Europa invecchiata e minacciata dal colonialismo di ritorno dell’Asia? Ribelle nei confronti dei Signori della mondializzazione (gli illuminati) che si ostinano ad invitarlo alle riunioni annuali del Bilderberg club?
Se la globalizzazione risulta, per l'Europa, pericolosamente simile a una forma di colonialismo inverso, o quantomeno ad una rivoluzione che entra in Europa dall’esterno, cogliendola impreparata, efficace è l’immagine dell’angelo di Paul Klee con lo sguardo rivolto all’indietro – evocata dal raffinato scrittore – mentre chi affronta un futuro difficile deve guardare avanti per sperare di salvarsi.
E allora l’Europa deve scuotersi dal torpore in cui l’ha costretta l’ideologia mercatista, volgere lo sguardo al futuro…e ripartire dalle sue origini, che piuttosto che essere giudaico-cristiane ci riportano all’età classica, al pensiero dei filosofi greci, all’importanza del demos, ad una diversa e più alta concezione della politica, cui dovrebbe spettare il primato su tutto, economia compresa, a Platone stesso che la concepiva come il timone che governa la nave.
Pur presentandosi al lettore come un liberista “vecchio stile”, in odor di contraddizione Giulio Tremonti ci avverte che il vero liberismo – tanto caro a Silvio Berlusconi e ai suoi quadri aziendal-partitici – è definitivamente morto durante gli anni novanta dello scorso secolo, per mano di quella nuova ideologia assolutista i cui pericoli e i cui danni sono ampiamente denunciati nell’opera.
Spesso quelle che sembrano voci fuori del coro sono volutamente ignorate, questa volta, però, non pare trattarsi di una vox clamantis in deserto, perché l’uscita del libro di Tremonti ha scatenato le reazioni di coloro che sostengono la globalizzazione e la “società aperta” – sul Corriere della Sera, su altri quotidiani nazionali e in televisione – dal supponente e arrogante Francesco Giavazzi, privo di argomentazioni credibili da contrapporre all’autore de La paura e la speranza, fino agli interventi di Mario Monti, mobilitato anche lui al fine specifico di confutare le tesi e le proposte protezioniste tremontiane.
In conclusione ci resta un dubbio: per Giulio Tremonti questo libro rappresenta una sincera ribellione, un'isolata trasgressione o una furberia, finalizzata in qualche modo al marketing elettorale?