USA-URSS: era necessario scegliere.
“In qualche modo il partigiano, in quanto combattente
irregolare, deve sempre appoggiarsi ad una potenza regolare[…]Il
potente terzo non fornisce soltanto armi, munizioni, denaro, sussidi materiali
e medicinali di ogni tipo, ma procura anche quel riconoscimento politico
di cui il partigiano che combatte irregolarmente ha bisogno per non sprofondare”,
sono parole di Carl Schmitt, estratte dal suo fondamentale saggio “La
teoria del Partigiano”, resoconto di tre conferenze del 1962, pubblicato
in Italia da Adelphi nel 2005.
Le parole del politologo e giurista tedesco sono necessarie per comprendere
la politica estera mondiale durante gli anni della guerra fredda, cioè
del bipolarismo USA-URSS. Schmitt, infatti, coglie nel segno: nell’epoca
della divisione a metà del mondo, una “Terza posizione”
non è solo perdente, ma pure dannosa, perché, di fatto,
favorisce delle due potenze quella più forte (che è di fatto
quello che è successo all’estrema destra italiana, che sbandierando
una terza posizione ideologica, si è sempre trovata a giocare il
ruolo di guardia bianca del sistema atlantista).
E devo immediatamente precisare: per “Terza posizione” intendo
una direttiva di politica estera, che nulla ha a che vedere con la politica
interna, nella quale perseguire una via nazionale al socialismo, cioè
una “Terza via” era, ed è, necessario.
Le direttive di politica estera non possono essere (solo) ideologiche,
bisogna infatti salvaguardare anche gli “interessi nazionali”,
lo “spazio vitale”, le “necessità strategiche”.
In politica estera il “machiavellismo” è più
importante che in politica interna.
L’Europa uscita a pezzi dalla II Guerra Mondiale, durante la quale
il fanatismo ideologico antislavo di Hitler ha portato la Germania in
una tremenda guerra fratricida tra le due potenze europee (Germania e
Russia sovietica), stracciando i sogni di quell’Impero da Vlissingen
a Vladivostock, preconizzato dai nazional-bolscevichi e da circoli della
Wermacht, si trova occupata, in tutta la sua parte occidentale, da una
potenza extra-europea, e in tutta la sua parte orientale da una potenza
europea. Questa è la verità.
Chi parla di “bolscevico asiatico ed antieuropeo” parla con
disonesta o ignoranza, non conoscendo le dinamiche interne della Russia
e della sua missione “imperiale” sia essa prefigurata dallo
Zarismo, dai Soviet o dal duo Putin-Medveved.
Per un sincero patriota europeo la necessità di parteggiare per
uno dei due schieramenti non poteva non portarlo sulla strada di Mosca,
guardando con favore ai circoli nazional-patriottici dell’Armata
Rossa, molto più influenti di quanto si creda (vedi Alexander Yanov,
La nuova destra russa, Sansoni editore). A questi gruppi faceva riferimento
la speranza di Thiriart, certamente no alla “gerontocrazia”
sovietica, che ha partorito Gorbaciov e Elstin. [Più di qualcuno
scrisse che “se qualcosa di simile al fascismo potrà rinascere,
nascerà dai circoli patriottici dell’Armata Rossa”,
certamente no dalle destre neofasciste, aggiungo io]
Ed è una verità anche che in alcuni paesi del Blocco di
Varsavia anche i cosiddetti “fascisti” (e intendo quelli che
non hanno parteggiato per i tedeschi durante la guerra, e che quindi venivano
considerati, ovviamente, traditori), trovarono i loro spazi: ad esempio
nella Romania di Ceausescu moltissimi ex-militanti della Guardia di Ferro
aderirono al Partito Comunista Rumeno, e nella Germania Orientale il Partito
Nazionale Democratico Tedesco (ora NPD) era rappresentato in parlamento,
anche dal suo leader Ugo Voigt. Ovviamente, in pieno spirito “fascista”,
si erano messi a disposizione del potere centrale (come già Ustrjalov
nella Russia staliniana), per rafforzare la Nazione.
Il direttore di Rinascita ha citato alcuni esempi che sembrano smentire
questa mia tesi: l’India di Nehru, l’Argentina di Peron, e
sembra aver dimenticato l’Egitto di Nasser. Ma se è vero
che questi paesi animarono i cosiddetto “Blocco dei non-allineati”,
in realtà strinsero accordi con l’Unione Sovietica, in particolar
modo commerciali e militari. Inoltre va considerato che anche lo stesso
“fronte dei non-allineati” era di fatto un accordo commerciale
e strategico, svuotato ideologicamente, al quale apparteneva, come fondatore,
per esempio la Jugoslavia socialista di Tito, militarmente legata alle
atlantiste Grecia e Turchia, e di altri paesi che cercavano solo validi
partner commerciali. Le enormi potenzialità del movimento infatti
non trovarono mai un buon livello di coesione ideologica e politica.
Detto ciò, giungo al nocciolo della questione: ferma restando la
nostra ammirazione eterna e la nostra solidarietà al popolo che
scende nelle piazze, e non togliendo nulla, ripeto nulla, ad un gesto
di estrema tragicità, troppo spesso banalizzato dagli “anti-comunisti”,
come la morte di Jan Palach (che anti-comunista non era, essendo iscritto
alla facoltà di “marxismo-leninismo” dell’ateneo
praghese), non possiamo non considerare la rivolta praghese in realtà
un tentativo cinico (proprio perché ha coinvolto il popolo) della
classe dirigente cecoslovacca di staccarsi dalla tutela sovietica, per
abbracciare la strategia dell’atlantismo. La presenza a Praga, in
quei giorni, di numerosi agenti americani e sionisti e la martellante
propaganda della radio americanista Free Europe stanno li a dimostrarlo.
E quando si ha a che fare con avversari cinici, fino all’estremo,
non possiamo continuare a sperare nella sola ideologia, bisogna armarsi
di cinismo e pragmatismo. La scienza delle relazioni internazionali e
della geopolitica è soprattutto questo, volenti o nolenti.