Se al termine del secondo conflitto mondiale cominciò rapidamente quella
guerra sotterranea che si meritò la qualifica di “fredda”
e che divise lo schieramento uscito vincitore, il primo dopoguerra fu caratterizzato
da una serie di conflitti di minore entità e di scontri armati che intendevano
rettificare quei confini che si cominciavano a delineare in seno alle conferenze
di pace parigine. Così noi abbiamo avuto l’impresa fiumana di Gabriele
D’Annunzio, milizie austriache e slovene si sono contese a fucilate le
zone confinarie di Stiria e Carinzia, Greci e Turchi davano vita ad una guerra
che si sarebbe conclusa con un drammatico “scambio di popolazioni”,
ma non meno cruenti furono gli scontri alla frontiera orientale della malridotta
Germania. L’ex monarchia prussiana, in effetti, si trovava dilaniata da
moti di piazza e insurrezioni comuniste e la traballante Repubblica di Weimar
muoveva i suoi primi incerti passi forte (meglio sarebbe dire debole) di quella
carta costituzionale che è, a detta di insigni costituzionalisti, la
più bella ad esser mai stata scritta, ma al contempo rivelatasi in seguito
la più inefficace alla prova dei fatti. In uno Stato dalle casse svuotate
dal pagamento delle riparazioni di guerra e su cui stava per abbattersi una
spaventosa iperinflazione, la difesa territoriale passa nelle mani dei “proscritti”,
dei “corpi franchi”, di gente come Ernst Von Salomon. Appena sedicenne,
questo giovane cadetto risponde al bando di arruolamento di questa milizia volontaria
che, una volta ristabilito l’ordine pubblico nelle città principali
a fronte dei grandi scioperi di Amburgo ovvero delle insurrezioni degli Spartachisti,
di Karl Liebknecht e di Rosa Luxembourg, si impegna sulla frontiera orientale.
A est, infatti, scalpita la giovane Polonia, ritornata all’unità
nazionale dopo uno smembramento durato quasi un secolo e mezzo, ma già
desiderosa di rinverdire i suoi fasti militari, ingaggiando quindi guerra tanto
con la neonata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche quanto con l’agonizzante
ex reich prussiano. Ma la Slesia e la costa baltica, abbandonate da un esercito
regolare dissoltosi allo scoccare dell’armistizio, vengono difese da questi
“Freikorps”, costituiti da reduci, che credono nel mito delle Armate
invitte ma pugnalate alle spalle da un complotto, e da giovani cresciuti in
un’atmosfera di fervore patriottico e di dedizione assoluta alla causa
nazionale, non riusciti a raggiungere in tempo il fronte, ma ora bene accetti
nelle esigua fila di questa Armata brancaleone che contende palmo a palmo il
suolo patrio agli invasori. Von Salomon è il combattente e il testimone
di queste imprese, Von Salomon sarà colui che descriverà nei suoi
libri (“I proscritti” e un “Destino tedesco”, ampiamente
citati nell’importante “Baltikum” di Dominique Venier) le
gesta di questi uomini guardati quasi con timore dal loro fragile Stato, timoroso
di un colpo di stato militare. Questi non sono i commilitoni di Erich Maria
Remarque, costoro rispondono “alla voce segreta del sangue e dello spirito”,
per loro “il fronte era la patria, la famiglia, la nazione. La guerra
li aveva costretti e dominati; la guerra non li avrebbe lasciati mai; non sarebbero
mai tornati a casa: avrebbero sempre portato nel sangue la trincea, la morte,
l’orrore, l’ebbrezza, il ferro.” Concluse le spedizioni alla
frontiera dell’est, Von Salomon e molti dei suoi non dismetteranno questi
panni da “signori della guerra”: Salomon stesso ed alcuni suoi commilitoni
parteciperanno a vario titolo all’attentato al ministro degli Esteri Rathenau,
“reo” di voler condurre il popolo tedesco a una felicità
a tutti costi, anche a fronte delle vessazioni delle potenze vincitrici, incurante
del destino cui la storia avrebbe destinato la Germania. Molti gerarchi nazionalsocialisti
e l’ossatura delle SA usciranno dalle fila di questi “proscritti”,
ma alcuni di loro non disdegneranno di lottare nelle rivolte contadine che divamperanno
nel nord del Paese, in intimità con i propositi socialisti, ma sposati
ad un fervente amor di Patria e non ad un apolide internazionalismo comunista.
Si tratta di quel “socialismo nutrito dallo stile prussiano e, dunque,
gerarchico e comunitario” che Oswald Spengler auspicava in “Socialismo
e prussianesimo”, ma anche Moeller van der Bruck ne “Das dritte
Reich” affermava che “ogni popolo ha il socialismo suo proprio”.
Niente di strano quindi che, una volta difesa la frontiera a est, molti “corpi
franchi” si spostino ad ovest e si diano da fare nel bacino della Ruhr
fianco a fianco con i lavoratori comunisti per stimolare la resistenza della
popolazione nei confronti delle truppe francesi e belghe penetrate in territorio
tedesco per esigere il puntuale versamento delle rate delle riparazioni di guerra.
Questi prototipi del “ribelle” jungeriano erano “uomini indomiti,
liberi da vincoli, espulsi dal mondo delle leggi borghesi, dispersi, che si
radunavano in piccoli gruppi per cercare il loro fronte. […] Un istinto
infallibile li aveva spinti a rimanere sotto le armi.” Un amore quindi
per una Germania umiliata dalla Pace di Versailles, ma un profondo legame anche
con il popolo tedesco: l’integrità territoriale dell’una
ed i diritti sociali dell’altro animano Von Salomon ed i suoi commilitoni,
i quali ancor oggi possono comunicarci qualcosa. La testimonianza scritta che
Ernst ci lascia costituisce la negazione dell’auspicio di Thomas Mann
(“Benedetta quella Patria che non ha bisogno di eroi”): eroi come
questi “proscritti” sono la forza primigenia che scaturisce dall’inazione
dello Stato, quando tutto sembra perduto costoro sono nuovamente pronti a mettere
a repentaglio la propria vita, incuranti dell’ingratitudine con cui verranno
ripagati. Sono quell’archetipo d’uomo che emerge dal “Demian”
di Hermann Hesse, sono quel tipo d’uomo affascinante e terribile al tempo
stesso, quel tipo d’uomo primordiale e puro che reca “il segno di
Caino”.